La Sicilia che (non) vorrei: scrive Giorgio Mulè

La Sicilia che vorrei: cosa è necessario per un nuovo Rinascimento

Sicilia
Decidi tu come informarti
su Google.
Aggiungi LiveSicilia
alle tue Fonti preferite
:
quando cercherai
una notizia, ci troverai.
AGGIUNGI
Il contributo del vice presidente forzista della Camera
LA NOSTRA INIZIATIVA
di
9 min di lettura

La Sicilia che (non) vorrei. Puoi partecipare anche tu. Scrivi a direttore@livesicilia.itLEGGI QUI. 

Signor Direttore, le confesso che la sua garbata insistenza nel sollecitarmi alcune idee sulla “Sicilia che (non) vorrei” non avrebbe avuto successo se non dopo la lettura di una sua riflessione che qui riporto: “Siamo saggi, siamo dei visionari? Siamo siciliani. Ci proviamo. La Sicilia non merita di essere la riserva di caccia del primo che si alza, ogni mattina. Abbiamo bisogno di pensieri orientati sul bene comune, da tradurre in cose. Il nostro obiettivo è semplice quanto arduo. Noi vorremmo che la Sicilia fosse molto di più di uno specchio delle altrui vanità”.

Letto questo passaggio ho messo da parte le resistenze legate, come ben comprende, a un momento politico delicato e di snodo rispetto alle scelte che di qui a poco il centrodestra sarà chiamato a compiere sul futuro politico e amministrativo della nostra regione.

La mia ritrosia nasce dal fatto che non vorrei che ciò che io esprimo venga in alcun modo letto con le diottrie distorte di una politica troppo spesso orientata a confondere o intorbidire le acque piuttosto che essere votata alla trasparenza.

È ciò che marca la differenza, direi il fossato, tra il mio modo di intendere la Politica – maiuscola voluta – dalle miserie della “politicuzza”. Fa parte di quel “risanamento etico” che (leggi legalità e trasparenza come dna) è precondizione di un “rinascimento politico” che magari infastidisce anche qualcuno nella mia parte politica.

Ma, caro Direttore, il suo richiamo ai “pensieri orientati sul bene comune” ha vinto su tutto. Con un’avvertenza: ciò che dirò non è né una critica a chi ha governato ieri né a chi lo sta facendo con disciplina e onore oggi. Sono pensieri, liberi pensieri orientati al domani, frutto di alcune riflessioni e dei quali mi scuso per il disordine con cui li sottopongo ai suoi lettori.

La Sicilia e le tre lettere

Eccoci, dunque. La Sicilia che vorrei si declina con le prime tre lettere dell’alfabeto: a, b, c. È insieme la riscrittura di un paradigma nel quale vanno in cima a ogni altra cosa le priorità e, contemporaneamente, le linee da attuare per guardare al futuro. Si tratta di applicare il dettato di San Francesco: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile; e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. È dunque la Sicilia dove (a) si parte dall’Analisi dell’esistente, si interviene (b) coraggiosamente ma doverosamente laddove necessario con il Bisturi e (c) si passa alla ridefinizione del Contesto.

Tutto ciò si applica a cominciare da quelle priorità – ciò che è “necessario” – che sono anche bisogni primari di cittadini che pretendono risposte non più rinviabili: lavoro, sanità, acqua, energia, rifiuti, per intenderci. Su ognuno di questi punti, così come su ogni altro aspetto della vita della Sicilia, ho idee chiare e linee guida operative già tracciate e frutto di un dialogo con le parti produttive e sociali dell’isola (sono pur sempre un deputato eletto in Sicilia..).

Ma, capirà, non è questo né il momento né il contesto per andare in profondità. Di sicuro ritengo che la Sicilia deve smettere di subire i propri limiti geografici e climatici per trasformarli in asset competitivi, posizionandosi come l’Hub Energetico d’Europa e il polo di riferimento per l’Industria High-Tech e il Turismo Sostenibile nel Mediterraneo. Si tratta di un percorso che necessita di tre fasi: uno shock infrastrutturale e di semplificazione, una fase di riconversione e creazione di competenze, infine la tappa della piena autonomia e attrattività.

I costi della burocrazia

Mi soffermo sulla prima fase di shock, in particolare sulla semplificazione al centro di un’azione anti burocrazia appena lanciata da Forza Italia a livello nazionale. Secondo i calcoli della Cna Sicilia, la burocrazia costa alle imprese siciliane 3,4 miliardi di euro all’anno, pari a 312 ore di lavoro e 9.800 euro a testa spesi per adempiere agli obblighi amministrativi. Una follia.

Significa una zavorra che frena risorse preziose agli investimenti e alla competitività. Si tratta di una metastasi del sistema. Che però si può (ancora) curare. Un esempio è il recente protocollo fra la Regione Siciliana e la presidenza del Consiglio dei ministri previsto dalla disciplina della Zes unica e dalla legge regionale sulla Super Zes.

Questo accordo punta a rendere più semplice il percorso delle imprese che vogliono investire in Sicilia attraverso un sistema di servizi e assistenza collegato allo Sportello unico digitale Zes. Benissimo, ma nella Sicilia che vorrei non è sopportabile che una pratica per organizzare manifestazioni pubbliche che potrebbe essere fatta in sei minuti richieda sei settimane: è stato giustamente definito “un calvario”. Ma questo è solo un esempio perché nel settore dell’edilizia produttiva, altro esempio, chi vuol costruire un capannone a Palermo lamenta di dover attendere 205 giorni, che rappresenta il record negativo d’Italia.

Accanto alla necessaria riforma legislativa penso a un piano strategico per l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione della Regione Siciliana che punti a digitalizzare i processi decisionali, abbattere i tempi della burocrazia – specialmente nei settori ambiente, sanità e appalti – e migliorare i servizi al cittadino. Con un obiettivo immediato: l’azzeramento dell’arretrato storico nelle autorizzazioni critiche per lo sviluppo economico – ZES, impianti rinnovabili, opere idriche.

Il fronte della sanità

Il fronte sanitario è la prima linea per garantire livelli essenziali di civiltà prima ancora che i famosi livelli essenziali di assistenza. Lo stato di salute di una popolazione non dipende soltanto dalla qualità e dall’efficienza dei servizi sanitari, ma è funzione di tutte le politiche dispiegate dal decisore politico: ad esempio, maggiore è la capacità produttiva di un sistema e migliore è lo stato di salute della comunità di riferimento.

La Sicilia è una delle Regioni con un rapporto tra spesa sanitaria pro-capite e prodotto interno lordo (il PIL è un indicatore che misura la capacità produttiva di un territorio) tra i più alti, e non perché si investa sulla salute dei cittadini siciliani più delle altre regioni, questo anche a causa di un Piano di rientro sanitario che da troppi anni imperversa sul nostro Servizio Sanitario Regionale, limitandone le capacità di spesa e di investimento.

Atteso che la Sicilia rispetto alle altre regioni si posiziona tra le aree col PIL pro capite più basso d’Italia, adottare politiche di crescita e di espansione potrà avere anche l’effetto di migliorare la salute dei cittadini siciliani.

Inoltre, la popolazione residente in Sicilia documenta una tra le più basse aspettative di vita del nostro paese e gli indicatori epidemiologici suggeriscono che si dovrebbero dedicare maggiori risorse sulla prevenzione: infatti, la prevenzione primaria evita l’instaurarsi delle malattie, mentre la prevenzione secondaria consiste in una diagnosi precoce che consente di eradicare la malattia, ovvero di migliorare la sopravvivenza e la qualità della vita dei pazienti, con benefici anche in termini di risorse che potrebbero essere liberate per essere destinate a migliorare l’accesso alla diagnosi, alle cure e alla riabilitazione, smaltendo quindi le liste d’attesa, oltre che all’innovazione e alla ricerca sanitaria.

Purtroppo, la nostra Regione documenta una adesione ai Livelli essenziali assistenziali (LEA) della prevenzione tra le più basse in Italia, e questa è una delle ragioni che non consentono alla Sicilia di uscire dal piano di rientro delle sanità prima citato. È, pertanto, necessario spezzare questa catena per rilanciare la sanità pubblica siciliana e per garantire il diritto alla salute dei cittadini siciliani in ossequio al dettato costituzionale.

Al contempo, al di là delle classifiche, l’ambito dell’assistenza e delle cure rappresenta la prima linea per garantire livelli di civiltà inderogabili, prima ancora che il diritto alla salute. Penso soprattutto agli anziani, ai nostri nonni che devono contare su un’assistenza domiciliare non misurabile più in ore ma in una reale e continua presenza declinata con gli strumenti di oggi: un modello che esiste già e che si sta sperimentando in Sicilia grazie alla lungimiranza di monsignor Vincenzo Paglia.

Sanità, problemi e soluzioni

I problemi della sanità siciliana sono noti, ormai da troppi anni, ma sono parimenti note le soluzioni da mettere in campo. Occorre, tuttavia, un cambio di paradigma culturale e un patto di sistema tra la politica e gli operatori sanitari, affinché nella sanità pubblica prevalgano merito e competenze sulle appartenenze: nella sanità siciliana operano professionalità straordinarie, ma devono essere poste nelle condizioni di lavorare al meglio, nel pubblico così come nel privato accreditato.

In altre parole, la politica è chiamata a pianificare e programmare gli interventi sulla base del bisogno di salute espresso dalla popolazione, che è documentabile sulla base dei dati disponibili, ma il management deve poter conseguire gli obiettivi di salute, prima ancora che di bilancio assegnati,senza subire interferenze esterne, per essere quindi giudicato in base unicamente ai risultati misurati.

Sia chiaro, caro Direttore, nulla di tutto questo sarà mai realizzabile se resterà patrimonio di una sola parte, fosse anche quella che si definisce “migliore”. Qui serve un ordine supremo, un imperativo categorico che viene prima di ogni sigla, di ogni schieramento, di ogni legittima ambizione personale.

La Sicilia che vorrei esige l’unità di intenti di tutti i siciliani e di tutte le forze politiche, senza se e senza ma. Non è il tempo dei recinti e degli steccati, è il tempo nobilissimo del bene comune. Centro, destra e sinistra, maggioranza e opposizione, istituzioni, imprese, sindacati, università, associazioni: o comprendiamo che la sfida del Rinascimento ci chiama tutti insieme, o saremo condannati a restare ognuno custode geloso del proprio piccolo orticello mentre l’Isola continua ad appassire.

Costruire il Rinascimento

Caro Direttore, corro il rischio di tediare e annoiare i suoi lettori. Ma volevo soltanto dare l’indirizzo di un’azione a mio giudizio necessaria per avviare quel Rinascimento che ripeto da mesi. Questa Sicilia che vorrei non potrebbe esistere se non c’è, in radice, un patto con i siciliani.

Soprattutto i giovani. Ognuno di loro deve avere certezza di essere preso per mano in un percorso di studi che ne valorizzi le sensibilità e le peculiarità preparandolo al futuro lavorativo che va realizzato nella sua terra. Significa accompagnare e premiare il merito, incentivare lo sviluppo di competenze attraverso atti concreti di supporto economico ai giovani e alle famiglie. Significa, fuori dalla retorica, mettere in condizione il nostro esercito di volenterosi di non aver paura del loro futuro.

Per realizzare tutto questo, contiamo su un patrimonio culturale e storico che non è secondo a nessuno nel nostro pianeta e che è il lasciapassare per ogni azione. Credo fortemente che una diplomazia culturale fondata sulla capacità della Sicilia di essere ambasciatore mondiale della bellezza – fisica e mentale – costituisca il miglior grimaldello per attrarre investimenti.

Leggi anche

La Sicilia che (non) vorrei: chi scrive e chi resta solo a guardare

Sicilia delle mille brame, chi è il più bel presidente del reame…

La Sicilia che (non) vorrei: l’altra regione che scommette sul futuro

Gli esempi non mancano, per realizzarli basta voltarsi indietro. Da lassù veglia su di noi Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi che 800 anni fa definì l’identità stessa dell’Europa. E oggi che l’Europa vive una crisi di identità dove, se non in Sicilia, può ri-definirsi questa identità? Il coraggio non difetta a noi siciliani, caro Direttore, noi che siamo saggi e pure visionari. Con moltissima umiltà nel solco di una vita da condurre “nel rispetto dell’amore e del bene” avendo accanto “uomini sapienti e ben istruiti nelle arti”. Il tempo di Federico venne definito il “primo rinascimento”. Eccoci qui, 800 anni dopo: siete tutti pronti a raccogliere la sfida per un nuovo rinascimento siciliano?

Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, deputato di Forza Italia


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI