Elezioni, la Sicilia e la corsa alla presidenza

Sicilia delle mille brame, chi è il più bel presidente del reame…

Palazzo d'Orleans
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La voluttà del potere che avvelena i pozzi
L'EDITORIALE
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Palazzo d’Orleans, come lo specchio di una nota fiaba, riflette i sogni degli aspiranti presidenti. Non c’è la filastrocca della matrigna cattiva (solidarietà a tutte le matrigne calunniate) di Biancaneve. Ce n’è un’altra che, ipoteticamente, potremmo riassumere nel titolo, con un minimo sforzo di fantasia.

Ogni mattina, qualcuno si alza. Si specchia nel palazzo delle sue brame, che conduce al governo della Sicilia, e mentalmente recita la formuletta, seguita da pensieri furenti contro gli oppositori. Ma sono, spesso, profili nell’ombra.

Le ambizioni nel centrodestra

Ci sono figure ambiziose, di legittima ambizione, che giocano a carte scopertissime, con coerenza politica. Il presidente della Regione, Renato Schifani, punta al bis perché vuole completare un percorso che, secondo quanto ritiene lui e non solo lui, si misura nell’arco di tempo superiore a un mandato.

Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, guarda alla candidatura, da potenziale esordiente, partendo da una posizione non certo bisognosa di palcoscenici, perché pensa di essere all’altezza del compito, nella costruzione di una prospettiva per la sua terra. Non ha detto: io ci sarò, beninteso. Ha detto: io ci sono se… Forma diversa, sostanza contigua.

A proposito di chiarezza, l’iniziativa dell’onorevole Carolina Varchi – un cantiere di idee per Palermo, cambiando ambito – è stata verosimilmente letta nella filigrana di una candidatura certa. Noi pensiamo che sia piuttosto un invito a costruire. In ogni caso, alla stregua dei casi precedenti, preferiamo la politica che si scommette, qualunque cosa scelga di affermare.

Si attendono segnali dall’altra parte, dove il solo Ismaele La Vardera, leader di Controcorrente, si è espresso con nettezza, secondo il suo costume, piaccia o non piaccia.

Specchi e palazzi

Tornando a specchi o a palazzi: la rovina della Sicilia traspare nei desideri nascosti, nella lussuria del potere, proclamata proprio davanti a uno specchio, in forma di Palazzo. Quel tipo di voluttà che non si annuncia, ma semina scorie, giorno dopo giorno, magari avvelenando i pozzi.

Ci sono figurine e figuranti impegnati nella fabbricazione di una rendita, immersi nei loro risiko autoreferenziali, nelle promesse da non mantenere a cui i gonzi abboccheranno, in quegli sguardi da moneta sonante che calcolano, mentre offrono.

Una pratica di piccolo cabotaggio. La comunità diventa un reame, un pascolo, un terreno di scorribande. Gli interessi personali regnano, coperti da proclami senza fondamento. La retorica è un sudario sulle macerie.

Abbiamo proposto l’iniziativa – la Sicilia che (non) vorrei – per suonare l’allarme, con le nostre parole. Avete letto alcuni contributi ricchissimi di idee, altri ne leggerete, di tutti i tipi, in abbondanza, da subito e per svariati giorni.

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Servirà, non approderemo a nulla, siamo saggi, siamo dei visionari? Siamo siciliani. Ci proviamo. La Sicilia non merita di essere la riserva di caccia del primo che si alza, ogni mattina. Abbiamo bisogno di pensieri orientati sul bene comune, da tradurre in cose. Il nostro obiettivo è semplice quanto arduo. Noi vorremmo che la Sicilia fosse molto di più di uno specchio delle altrui vanità.

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