CIMINNA (PALERMO)- Una piccola macchia bianca. Risalta ancor di più in mezzo al nero della montagna e della morte.
Lassù, sulla collina, alle spalle della chiesa madre dove si celebra il funerale, c’è la casa di Salvatore Giglia (nella foto). La casa per cui è morto nel tentativo di arginare l’avanzata del fuoco. Le fiamme hanno risparmiato l’immobile, non la vita di Salvatore. Impossibile contrastare l’ondata di calore.
Una macchia bianca che spicca nel nero della vegetazione devastata e che resta lì a futura memoria. Ci vorranno anni prima che la collina torni a essere verde. Nel frattempo abbiamo il dovere di non aspettare le risposte senza far nulla.
Chi ha appiccato l’incendio? È stato fatto tutto il necessario per prevenire il rogo e poi per fermarlo? Gli incendi non sono più un’emergenza, ma un’ordinaria distruzione nelle sempre più caldi estati siciliane.
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Difficile contrastare la mano diabolica dei piromani e anticiparla, ma davvero chi governa i nostri territori deve assistere impotente? Che la morte di Salvatore Giglia non sia vana, ma ci sia consentito di essere sfiduciati.
Ogni anno, il bollettino della devastazione va aggiornato nonostante i proclami e i buoni proposti sulla prevenzione. Non ci abitueremo alle montagne incenerite, non ci abitueremo alla morte di un giovane di 26 anni che voleva proteggere la sua casa.




