PALERMO – La pena più pesante – 20 anni in continuazione con una precedente condanna – arriva per il capomafia Alessandro D’Ambrogio. “Alexander”, non a caso, era il nome dell’operazione dei carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo che nel 2011 azzerarono il potente mandamento di Porta Nuova. È una stangata quella inflitta dal giudice per l’udienza preliminare Roberto Riggio a una trentina di imputati, visto che il rito abbreviato ha riconosciuto loro lo sconto di un terzo della pena. Accolte le richieste dei pubblici ministeri Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli.
Un capo, D’Ambrogio, che dal suo feudo, sarebbe riuscito a conquistarsi rispetto e considerazione lontano dal suo territorio. Spingendosi da un lato fino in corso dei Mille e a Brancaccio e dell’altro a Pagliarelli e Uditore. Un capo ben voluto da tutti perché con tutti disponibile. La porta di D’Ambrogio e della sua agenzia di pompe funebri di via Majali, a Ballarò, era sempre aperta. E il viavai era continuo. Da chi voleva aprire una nuova attività commerciale a chi ne invocava l’intervento per recuperare il bottino di un furto: D’Ambrogio era il mammasantissima a cui in tanti si sono rivolti. E così ha visto crescere il suo potere, frutto di un consenso sociale che si annida negli strati più poveri della città. Dove lo Stato non c’è e la crisi mette in ginocchio la gente, lì cominciava il D’Ambrogio. Che era un’autorità in una fetta enorme della Palermo più popolare. Il mandamento di Porta Nuova, storicamente uno dei più potenti della città, comprende le famiglie mafiose di Palermo Centro, Borgo Vecchio e della stessa Porta Nuova. Ingloba anche i tre mercati della città: Capo, Vucciria e Ballarò. Proprio tra le viuzze di Ballarò D’Ambrogio aveva trasferito il centro nevralgico del mandamento.
Dopo l’arresto di Tommaso Di Giovanni, il macellaio di via Silvio Pellico, e di Nicola Milano, lo scettro sarebbe passato a D’Ambrogio. Come era inevitabile che accadesse alla luce dei suoi trascorsi criminali. Nel dicembre 1999 era stato condannato con sentenza definitiva per mafia ed era uscito di galera nell’agosto 2006. Nel gennaio del 2008, il nuovo arresto nell’operazione denominata “Addio Pizzo 1”. Tre anni dopo, nel marzo 2011, era di nuovo in libertà. E tutti sapevano che sarebbe diventato il capo. Emblematica un’intercettazione nella tabaccheria di Giuseppe Bellino, al villaggio Santa Rosalia. Nella base operativa del clan di Pagliarelli, Bellino discuteva con Giovanni Castello, pochi giorni prima che venissero entrambi arrestati. A denti stretti criticavano l’atteggiamento di deferenza di alcuni personaggi nei confronti di D’Ambrogio, poi ammettevano: “Ma che ci devi dire, gli devi dare un bacione e basta… appena arriva gli dai un bacione da parte nostra, di tutti quelli che siamo qua e basta”.
Il 18 marzo, e cioè due giorni dopo la scarcerazione, D’Ambrogio si era già seduto al posto di comando, con una pletora di picciotti pronti ad inchinarsi al suo cospetto. Di loro Castello non aveva una grande considerazione: “… ma se ci arrivano discorsi per una vana gloria di chi glieli deve andare a portare, perché dietro lui lecchini anche ce ne ha a bizzeffe! Non si sa per quale motivo perché lui è uno che si fa volere bene… capisci? Perché quando parla sa di quello che sta parlando, non ha… come ti posso dire Giusè? Non improvvisa niente…”.
D’Ambrogio era un pezzo grosso e pretendeva rispetto, che doveva manifestarsi anche a tavola. In un incontro fra boss Nicola Milano aveva cercato di “rubargli” il posto d’onore accanto a Giulio Caporrimo, uomo forte di San Lorenzo e anche lui finito in manette. Ne parlava il 29 maggio 2011 Amedeo Romeo in macchina con Sandro Lauria, coinvolti entrambi in un’inchiesta antimafia sul clan di Tommaso Natale: “…minchia… l’altro ieri Alessandro c’è rimasto male…sì, c’era Alessandro seduto a lato a Giulio minchia e lui ci fa; mi posso sedere a lato a Giulio?… e quello ci fa dice: ‘…No Alessandro resta qua… dice: tanto siamo messi di fronte… no io mi devo sedere al lato al fratellone… minchia Alessandro si è alzato minchia nero!…sta organizzando con gente… è superiore Alessandro doveva prendere tutte cose in mano, però, deve prendere tutte cose in mano e abbandonare i discorsi…”.
E “tutte cose in mano” le aveva riprese davvero, chiamando al suo fianco Antonino Ciresi, un anziano mafioso a cui avrebbe affidato il compito di dirigere la famiglia di Borgo Vecchio e di raccogliere le estorsioni (condannato a 13 anni e otto mesi). Braccio destro del capo era, secondo l’accusa, quell’Antonio Seranella (oggi condannato a 15 anni) il cui nome salvata fuori nelle intercettazioni nella tabaccheria di Bellino. Lo affiancava in tutti i suoi spostamenti e negli affari curati da Alfredo Geraci, Attanasio La Barbera, Giuseppe Civiletti, Giacomo Pampillonia, e Giuseppe Di Maio.
Pizzo, ma soprattutto droga. D’Ambrogio aveva capito che con le sole estorsioni Cosa nostra era destinata alla bancarotta. E così si era messo in testa di guidare un cartello per importare dall’estero e riempire di droga Palermo e non solo. In realtà, come spiega l’avvocato Roberto Macaluso, questa ipotesi non ha retto al vaglio del giudice tanto per Vincenzo Ferro, Pietro Tagliavia, Francesco Scimone e Giovanni Alessi è caduta l’aggravante dell’articolo 7, quella che scatta quando si favorisce Cosa nostra.
Sul fronte trapanese era stato siglato un patto di ferro con Salvatore Asaro, Umberto Sisia e Andrea Bono. Tutta gente che si è sempre mossa negli ambienti criminali. D’Ambrogio aveva un piano ben preciso: eliminare i passaggi “intermedi”, tagliare il cordone ombelicale con i napoletani, fare arrivare in Sicilia la droga direttamente dai paesi produttori, abbassando i costi di approvvigionamento ed aumentando i guadagni.
Era un capo comprensivo D’Ambrogio. Comprensivo e paziente. Cercava una soluzione per ognuno che si presentava per chiedere aiuto nella sua agenzia funebre di Ballarò. Dove c’è disagio sociale, il mafioso non ha mai smesso di essere un punto di riferimento. La constatazione è tanto amara quanto vera. Il boss non è un nemico, che opprime e stritola, ma un alleato. I soldi, frutto del traffico di droga, lo rendono l’uomo giusto al momento giusto.
Attività lecite e illecite, tutto deve passare dall’autorizzazione del capo. Persino il contrabbandiere che voleva vendere sigarette taroccate per strada aveva bisogno del permesso. Le sue parole sono la testimonianza di quanto l’umiliazione non conosca limiti: “Buongiorno… posso… vorrei parlare con lei se è possibile… io sono Michele… le volevo chiedere una cortesia se era possibile… io non sono della zona però bazzico qua da più di quattro anni, siccome là sopra dove c’è u coco… nella piazzetta dove c’è il tabacchino… però, siccome ho visto che non c’è niente di particolare… però, io, ripeto sono sempre estraneo al discorso, io potrei mettere sigarette e giornali…. sigarette”
Anche la festa rionale era sotto il controllo del capomafia. A Ballarò era stato montato un palco per l’esibizione di alcuni cantanti neomelodici napoletani. Un’occasione ghiotta per tanti abusivi. Tra questi, un venditore di sfincione che a D’Ambrogio spiegava: “Buonasera. Sono venuto a chiedere un posto. Possiamo montare domani sera qua!”. E il capo dispensava la sua benedizione: “Si vada a guadagnare il pane! Qual è il problema? Si vada a guadagnare il pane… non vende lo sfincione lei? Non ci conosciamo?”. E l’ambulante ringraziava: “Da una vita… allora non mi sono spiegato… mi hanno detto cugino tu non puoi montare, una volta che faccio lo sfincione io poi devo prendere il contenitore e lo devo buttare… se io gli vengo a chiedere il permesso giusto è”.
Ecco tutti gli imputati e le rispettive pene: Salvatore Alario (un anno e due mesi), Giovanni Alessi (9 anni), Salvatore Asaro (7 anni e quattro mesi), Hamed Bachtobji (4 anni e otto mesi), Andrea Bono (8 anni), Marco Chiappara (10 anni e dieci mesi), Antonino Ciresi (13 anni e otto mesi in continuazione con una precedente condanna), Giuseppe Civiletti (10 anni), Pietro Compagno (2 anni), Gaspare Dardo (7 anni), Giuseppe Di Maio (8 anni), Raffaele Esposito (2 anni), Daniele Favata (10 anni e 8 mesi), Veronica Giordano (otto mesi), Alfredo Geraci (assolto, era difeso dall’avvocato Filippo Gallina), Salvatore Ignoffo (un anno), Attanasio La Barbere (8 anni e quattro mesi), Vincenzo Ferro (12 anni), Francesco Paolo Nuccio (4 anni e due mesi), Ciro Napolitano (4 anni), Giacomo Pampillonia (8 anni), Francesco Scimone (8 anni e quattro mesi), Biagio Seranella (12 anni), Umberto Sisia (10 anni), Pietro Tagliavia (10 anni), Gaetano Rizzo (3 anni), Giacomo Rubino (1 anno e quattro mesi), Carmelo Russo (2 anni), Alessandro D’Ambrogio (20 anni in continuazione con una precedente condanna), Antonino Seranella (15 anni).
Ultima nota. Gli avvocati Giovanni Castronovo e Jimmy D’Azzò avevano chiesto di non riconoscere la liquidazione del danno alla Confcommercio. Il mandato di costituzione di parte civile era firmato dall’ex presidente Roberto Helg, ora arrestato per estorsione. Secondo i legali, erano venuti meno i “requisiti morali” per chiedere i danni a nome di Helg. Il giudice ha, però, deciso di riconoscere il risarcimento all’ente, al di là della recente disavventura giudiziaria dell’uomo che lo guidava.

