Il traguardo è lassù, sul monte dove splende sempre il sole, anche se ci sono pioggia e nuvoloni. Perché la luce che taglia le emozioni, le leviga e le addolcisce, come se fossero pietre spigolose, non è un elemento naturale. E’ il chiarore della speranza nutrito dal cuore della Santuzza, dalla fede del suo popolo che a lei si rivolge da anni, ma sempre come se fosse la prima volta. Palermo e Santa Rosalia puoi guardarli insieme in due occasioni. Nell’incedere estivo del carro, a luglio incandescente, si consuma il giubilo pubblico della città che ha sconfitto la peste e che, tuttavia, in questi ultimi tempi ha smesso di credere ai miracoli collettivi e alla redenzione totale. Le luminarie sono un desiderio inappagato. I fuochi d’artificio sono un grido disperato.
Nell’acchianata (termine che profuma di santa fatica) che si consuma soprattutto nella notte tra il tre e il quattro settembre il discorso è privato. Ognuno sale da solo col sale solitario delle sue solissime ferite. E non cerca che un breve conforto nel lumino che accompagna l’ascesa delle altre anime purganti. E’ un fatto tra te e me, Santuzza. Sono venuto in ginocchio a mani nude per guardarti negli occhi, per pregarti. Siamo tu e io.
Saliamo, perché lassù si incontra gente che non vedrai mai più. Gente che vive in questa notte, per questa notte. C’è la signora Delizia Dolce – nome da scanto per i diabetici – che arriva dal Nord opulento e non voleva perdersi il rito magnificamente straccione. E’ qui, appoggiata su una pietra, e guarda la fiumana di gente in processione con le pupille estasiate. “Che bella la vostra Palermo”, ripete come in una cantilena. Forse dovremmo portare Calderoli e Bossi in cima alla montagna. E confidare in una complicatissima grazia. C’è il ragazzo Tamil che arriva da un altro mondo. Eppure, per percorsi strani e misteriosi, ha imparato ad amare “Rusulia”. Per questo affretta il passo, col mozzicone della sua candela che lascia piovere scaglie rosse sulle sue dita di fedele un po’ustionato. C’è un tizio che corre con la tuta ginnica “Made in Bolt”. Ha scambiato l’acchianata per le Olimpiadi. C’è una signora anziana che struscia le ginocchia sui gradini. E le ginocchia sanguinano. E i gradini arrossiscono. E lei non vuole rialzarsi. Ha una grazia grossa da chiedere. Se si lasciasse sorreggere, rischierebbe la squalifica. C’è una donna che sale per ringraziare: “Sono venuta l’anno scorso. Ho ottenuto quello che volevo”. Ci sono tre ragazzine acqua e sapone. E che volete voi da Rosalia? “Come che vogliamo? – rispondono in coro, ridendo – Vogliamo l’amore”. E c’è un tale, una specie di orco mai visto, che spalanca le braccia e mi stringe mentre prendo appunti sul taccuino. E le sue lacrime mi bagnano la giacca e inondano le parole che ho scritto. Lui dice soltanto: “Sono troppo felice, figghiu miu”.
Ps. In realtà quest’anno non mi è stato possibile acchianare. I personaggi della storia appartengono, perciò, tutti ad acchianate precedenti. Esistono sul serio. E – ne sono sicuro – non hanno mai dimenticato le loro notti con la Santuzza. Chi arriva a toccare le mani della luce sulla montagna non si smarrisce più.
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