PALERMO – “Quando si vuole si può”. Con queste parole Rosario Crocetta salutò l’approvazione della riforma del sistema idrico in Sicilia. “Sono passate delle leggi che erano parti fondamentali del mio programma”, aggiunse, orgoglioso. Peccato che tutte queste norme, secondo il governo nazionale, sono incostituzionali. Da quella sugli appalti (già impugnata) a quella sui Liberi Consorzi, passando appunto dall’acqua. E nei prossimi giorni potrebbe arrivare formalmente una impugnativa che tanti, anche all’interno dell’assessorato all’Energia guidato dalla renziana Vania Contrafatto, danno per certa.
L’annunciato successo, così, rischia di tramutarsi solo nel nuovo fallimento. Nell’ennesimo scivolone amministrativo di questo governo. Il Consiglio dei ministri quasi certamente ormai impugnerà la norma sull’acqua pubblica. Una legge che penalizzerebbe troppo – violando così la Costituzione – i privati che intendano investire in Sicilia. Sia per la “prevalenza” data al pubblico, sia per la brevità della concessione (9 anni). Ma non solo, la legge prevede un meccanismo di penalità nel caso di affidamento ai privati, e una serie di deroghe al numero degli ambiti ottimali. Formalmente nove, ma che rischiano di moltiplicarsi in seguito appunto alle eccezioni previste dalla norma. Tra cui quella che prevede la possibilità per i Comuni che non hanno consegnato all’Ato le reti idriche, di tenersele. Solo per fare un esempio, degli 82 Comuni del Palermitano, solo una cinquantina in questi anni hanno restituito le reti. Oggi, insomma, ogni Comune può gestire l’acqua come vuole. Ma la norma, così, finirebbe per snaturatare la legge nazionale che prevedeva, invece, la creazione di pochi Ambiti ottimali. Norme a cui bisogna necessariamente far riferimento. La Sicilia, infatti, può occuparsi dell’organizzazione ma non della gestione del servizio idrico. Anche da qui i dubbi di costituzionalità sollevati durante l’iter all’Ars. Ma governo e maggioranza hanno deciso di andare avanti. E rischiano, adesso, di fare l’ennesimo “buco nell’acqua”.
Perché tra le altre leggi che erano “parti fondamentali” del programma di Crocetta, eccone altre due in bilico. La legge sugli appalti è stata già impugnata dal Consiglio dei ministri, nonostante una lettera inviata dal presidente della Regione, con una “promessa” di modifica della norma in conformità ai rilievi dello Stato. Una lettera della quale il Cdm ha cortesemente “preso atto”, decidendo però di andare avanti comunque. Evidentemente non attribuendo un particolare peso alle rassicurazioni del governatore. Che rischia di veder bocciare persino la norma che spacciò in televisione come il segno tangibile dell’avvio della rivoluzione. Una riforma, quella dei Liberi consorzi, che si è tramutata nel corso di questi anni in un grottesco succedersi di modifiche, battute d’arresto e soprattutto di commissariamenti. Cioè nomine. Volute dallo stesso presidente e destinate quasi sempre a suoi fedelissimi.
L’impugnativa, come suggello all’incapacità amministrativa di un governo che si era già fatto “bacchettare” anche in sede di approvazione del bilancio: l’utilizzo dei Fondi per lo sviluppo e la coesione, utilizzati come “pezza” sulle falle della manovra, potevano essere utilizzati solo per gli investimenti e non per coprire spesa corrente. Per quest’anno il governo centrale ha chiuso un occhio. Ma ha bocciato l’utilizzo di quei fondi per il 2016 e il 2017. L’esecutivo di Crocetta dovrà cercarli altrove.
E dire che l’addio del Commissario dello Stato, la cui azione di verifica – ironia della sorte – è stata considerata incostituzionale, sembrava aver “alleggerito” il governo da un controllo che aveva portato a bocciature pesanti. Come nel caso della prima Finanziaria firmata da Crocetta e mutilata con la bocciatura, per incostizionalità, di una marea di articoli. Una censura così pesante da constringere il governo Crocetta, per mesi, a lavorare a una manovra correttiva drammatica.
Correzioni, pezze, falle. Il governo regionale da tre anni insegue se stesso. I propri errori. Che ovviamente vanno al di là delle responsabilità del governo. E che affondano, semmai, nell’operato da un lato di un parlamento che passa dalla caciara all’assenteismo di massa, e ancor di più in una burocrazia di tecnici che è stata in grado, finora, di far sbagliare il governo regionale più o meno su tutto. Solo come breve compendio basterebbe ricordare, ad esempio, il motivo per cui oggi i lavori riguardanti il Muos sono stati bloccati. Il governo, infatti, ha sbagliato “tecnicamente”, a revocare la prima revoca dell’autorizzazione. Che è quindi, fortuitamente, rimasta in piedi. E ha consentito al Tar di fare quello che l’esecutivo, nonostante le dichiarazioni in campagna elettorale, non aveva avuto il coraggio di fare. Un esecutivo che – come emerge invece dalle dichiarazioni di alcuni ex assessori come Luca Bianchi e Nicolò Marino, raccolte nelle carte su Sicilia e-Servizi – amava riunirsi senza un ordine del giorno prefissato e in giunte così affollate da relegare gli avvocati dell’ufficio legale – anche questo viene raccontato alla Guardia di finanza – in un angolino di una stanza ricolma di soggetti più o meno legittimati a partecipare. E che invece suggeriscono, indicano, spiegano. Ma poi, scivolano e tascinano sul pavimento dell’errore il governatore. Come nel caso della vicenda Humanitas. Crocetta, dopo che Livesicilia aveva sollevato il “caso” di quell’affidamento milionario alla clinica, decise di bloccare tutto. Peccato che qualche burocrate della Regione avesse dimenticato di notificare al colosso della Sanità quella decisione. Un errore così marchiano da spingere l’ex ministro D’Alia a parlare di “suicidio”. Parole alle quali seguì l’apertura di un fascicolo in Procura. Ovviamente, la Regione ha perso il ricorso di fronte a Humanitas, proprio a causa di quell’errore. E ha deciso di non appellarsi. Ma di ricorsi il governo ne perde diversi. Quelli sulle revoche del’accreditamento agli enti di Formazione costeranno alla Regione una cinquantina di milioni. Mentre il governo è stato bocciato anche nell’iter che ha bloccato la cessione dell’ente di formazione Cefop al Cerf. Un “errore”, per capirci, da 36 milioni di euro. Il Tar o il Commissario dello Stato, la Corte costituzionale o Palazzo Chigi. C’è sempre qualcuno costretto a decidere al posto del governo di Rosario Crocetta.
L’assessore all’Energia Contrafatto:
“Il nostro obiettivo – dichiara l’assessore all’Energia Contrafatto – è quello di assicurare ai siciliani una buona legge che da un lato garantisca un servizio efficiente ed economico e dall’altro consenta di effettuare gli investimenti, con l’erogazione da parte dell’Ue delle somme che permetterebbero di intervenire su quelle carenze infrastrutturali che troppe volte hanno lasciato a secco i rubinetti dei siciliani. Nel caso di impugnativa dialogheremo con il governo nazionale avviando un confronto costruttivo, come già fatto per altri temi, ma bisogna uscire dal dibattito tutto ideologico tra gestione pubblica o privata guardando, ad esempio, a quanto già sperimentato, con ottimi risultati, in altre Regioni”.

