Psicologia dell’anno nuovo, oltre la retorica della 'ripartenza'

Psicologia dell’anno nuovo, oltre la retorica della ‘ripartenza’

Non tutti gli anni iniziano: alcuni "continuano"
IL PARERE DELLA PSICOLOGA
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Come sempre, l’Anno Nuovo arriva puntuale, scandito da brindisi, auguri e buoni propositi. È il tempo della“ripartenza”, del “lasciarsi alle spalle ciò che è stato”, del “quest’anno sarà diverso”. Una narrazione potente, socialmente condivisa, spesso rassicurante.

Eppure, dal punto di vista psicologico, questa retorica non è neutra. Per alcune persone può diventare persino dolorosa, in quanto “non tutti vivono il cambio d’anno come un inizio”. Non tutti hanno energie da investire o slancio da ritrovare. 

Alcuni arrivano a gennaio stanchi, feriti, appesantiti da eventi che non si chiudono con un calendario. E allora vale la pena fermarsi e chiedersi: è giusto adeguarsi a ciò che “si dovrebbe sentire” a gennaio?

Quando la “ripartenza” diventa un dovere esterno

“Ripartire” presuppone che ci sia la voglia e la volontà di rimettere tutto in moto, di modificare alcune situazioni in atto, di offrire un corso nuovo certi eventi… come se ciò fosse sempre possibile, indipendente dalle condizioni soggettive -emotive e relazionali- della persona.

Ma non sempre é cosí, ed è in questi casi che l’invito alla ripartenza promosso dall’inizio di un nuovo anno rischia di produrre un “effetto paradossale”: invece di attivare, schiaccia. Non ci si sente incoraggiati, ma misurati. Non sostenuti, ma confrontati con un “ideale di funzionamento” che in certi momenti non è accessibile.

La “spinta a ripartire” non nasce da un desiderio interno ma, in questo caso, dalla pressione del calendario.

L’Anno Nuovo, più che rivelare ciò che vogliamo, spesso amplifica ciò che ci si aspetta da noi: essere più forti, più motivati, piú pronti a mettere in discussione certi status quo, muovendosi verso nuovi assetti e realtà diverse.

In questo senso, il sentimento di dover ripartire può diventare una risposta adattiva ad aspettative che nascono da un momento temporale ben preciso (l’inizio del nuovo anno), e non un movimento autentico della psiche.

Oltre la ripartenza: la “logica della resistenza”

Molte persone, all’arrivo del nuovo anno, si trovano in una condizione di “resistenza”. Stanno resistendo, ad esempio, ad un lutto, ad una malattia, ad una separazione, ad una crisi economica o familiare. Resistono alla fatica di tenere insieme lavoro, relazioni, responsabilità.

E questa resistenza non è un segno di blocco, ma il modo in cui si cerca di “preservare una continuità” quando il cambiamento sarebbe troppo costoso o prematuro. 

In queste fasi, l’energia mentale non è disponibile per progettare o reinventarsi: è impegnata nel mantenere un equilibrio minimo, spesso fragile, ma vitale.

Ed in queste circostanze , il messaggio del “ripartire” rischia di trasformarsi in un imperativo implicito: “se non riparti, stai fallendo”.

Questo tacito invito, legato all’anno nuovo ed indirizzato indistintamente a tutti, indipendentemente dal momento di vita che si sta attraversando, risulta poco rispettoso dei “tempi interiori”. In alcuni casi produce colpa, senso di inadeguatezza, ed ulteriore distanza da sé.

Il tempo psicologico non segue il calendario

Se è innegabile che il 1° gennaio segni un confine simbolico tra un prima ed un dopo, tra ciò che è stato e ciò che immaginiamo possa essere, c’è da ribadire ancora una volta che la la psiche non funziona per scadenze convenzionali.

I processi di elaborazione emotiva non sono per niente lineari: non iniziano e finiscono quando lo decidiamo. Il corpo e la mente hanno un loro ritmo, spesso più lento, spesso irregolare.

Ecco perché chiedere a qualcuno di “ricominciare” mentre è ancora immerso, ad esempio, in un’esperienza dolorosa significa chiedergli una scissione: andare avanti fuori, lasciando indietro qualcosa dentro.

Il problema nasce perché in questi casi il confine simbolico viene vissuto come un “obbligo”, ed il passaggio di data viene caricato dell’aspettativa che qualcosa “debba” cambiare, che il dolore “debba’ ridursi, che la fatica “debba” essere superata…

E questo, nel tempo, presenta sempre un conto, poiché il cambiamento autentico non avviene per decreto simbolico, ma solo “quando l’esperienza è stata sufficientemente vissuta, compresa, integrata”.

Resistere non è fallire

Ci sono dunque fasi e momenti della vita in cui il vero obiettivo non è cambiare, ma “resistere”: mantenere una continuità di sé, non crollare, restare in relazione con il mondo nonostante la fatica.

Dal punto di vista psicologico, la resistenza è una “funzione adattiva” fondamentale. È il lavoro silenzioso di chi non può permettersi di ripartire, ma continua ad esserci e vivere ed attraversare le situazioni in corso.

In una cultura che celebra solo il cambiamento visibile, la resistenza passa spesso inosservata; nonostante sia invece il prerequisito di ogni trasformazione futura.

Resistere è “stare nel presente”

Stare nel presente, anche quando è scomodo, è purtroppo un’abilità emotiva sottovalutata.

Si tratta di “saper stare” in una determinata situazione o condizione senza forzare soluzioni premature e, soprattutto, senza anestetizzare le emozioni.

Significa tollerare l’incertezza, accettare di non avere ancora risposte, restare in contatto con ciò che si prova senza fuggire né forzare. 

Sospendere l’urgenza del cambiamento

Questo significa, prima di tutto, sospendere l’urgenza del cambiamento. Non perché il cambiamento non sia desiderabile, ma perché “non sempre è possibile”. In alcuni momenti della vita, chiedere di “andare avanti” rischia di aumentare il senso di inadeguatezza e di fallimento, invece di alleviare la sofferenza.

Anche il lavoro di terapia non consiste sempre nello “spingere in avanti”, ma nel “rendere il presente più vivibile ed abitabile”.

Aiutare la persona a stare in ciò che c’è, senza esserne travolta. Dare parole a tutte le emozioni, legittimare stati d’animo che spesso vengono vissuti come sbagliati, restituire senso a reazioni che hanno una loro coerenza nella storia personale e relazionale.

Creare uno spazio in cui non è richiesto performare, migliorare, dimostrare. Uno spazio in cui il dolore non deve essere subito trasformato in lezione o in opportunità, ma può essere semplicemente riconosciuto.

Il cambiamento come movimento spontaneo

Solo quando il presente diventa sufficientemente comprensibile e tollerabile, può emergere spontaneamente un movimento verso il futuro. Un movimento non imposto, ma “coerente con i tempi interni della persona”. È allora che il cambiamento smette di essere un dovere e diventa una “possibilità”.

Non tutti gli anni iniziano: alcuni “continuano”

Questa consapevolezza è molto importante e serve a restituire dignità a chi non sente entusiasmo, slancio o novità.

All’inizio dell’anno non servono necessariamente obiettivi ambiziosi, quanto piuttosto, a volte, la garanzia di un “senso di continuità” con ciò che è già in atto;

non servono cambi di marcia ed accelerazioni a tutti i costi, ma “tenuta” e legittimazione di un tempo diverso  in cui l’obiettivo non è fare di più, ma reggere senza crollare.

Quando all’inizio dell’anno ci si aspetta sempre e comunque una “ripartenza”, spesso si rischia di non vedere certi sforzi che sono già in atto; si rischia di sovraccaricare una struttura che sta già facendo il massimo per non cedere.

Riconoscerlo non significa rinunciare al cambiamento, ma rispettare piuttosto il processo umano che lo rende possibile.

…Allora l’Anno Nuovo non è sempre il tempo del “ricominciare”.

A volte è il tempo del “resistere”, lasciandosi attraversare dagli eventi senza forzarne il senso.

É un inizio che non chiede decisioni drastiche, ma ascolto ed attenzione;

non chiede di cambiare direzione, ma di riconoscere con onestà il punto in cui ci si trova;

non chiede di diventare altro, ma di prendersi cura di ciò che già c’è.

Perché anche “continuare”, in certi momenti della vita, è già un modo coraggioso di andare avanti.

Buon anno nuovo!

[La dott.ssa Pamela Cantarella è una Psicologa Clinica iscritta all’Ordine Regione Sicilia (n.11259-A), libera professionista e specializzanda in Psicoterapia ad orientamento Sistemico-Relazionale]


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