Ars, non tutte le spese sono 'pazze'| Prosciolti e a giudizio, ecco perché - Live Sicilia

Ars, non tutte le spese sono ‘pazze’| Prosciolti e a giudizio, ecco perché

Depositate le motivazioni della decisione del giudice sui capigruppo dell'Assemblea regionale siciliana.

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PALERMO – Non basta che i parlamentari non abbiano giustificato le spese fatte con i soldi dell’Ars. Per poterli processare e condannare il pubblico ministero dovrebbe dimostrare che davvero quei soldi siano stati spesi per fini non istituzionali. È questo il cuore della motivazione con cui il giudice per l’udienza preliminare Riccardo Ricciardi lo scorso 11 luglio ha rinviato a giudizio alcuni ex capigruppo e scagionato altri.

Sotto processo sono finiti Giulia Adamo (Pdl)), Giambattista Bufardeci (Grande Sud), Nunzio Cappadona (Aps, Alleati per la Sicilia), Rudy Maira (Pid), Livio Marrocco (Pdl), Cataldo Fiorenza (Gruppo Misto), Salvo Pogliese (Pdl).

Prosciolti con la formula perché il fatto non sussiste da ogni accusa e dunque fuori dal processo Nicola D’Agostino (Mpa) – difeso dagli avvocati Nino Caleca, Roberto Mangano ed Enzo Mellia – Marianna Caronia – difesa dall’avvocato Ninni Reina – Francesco Musotto (Mpa) – avvocato Fabio Ferrara – e Paolo Ruggirello (Mpa e gruppo Misto), difeso dall’avvocato Vincenzo Zummo.

Anche per chi è finito sotto processo erano comunque caduti alcuni capi d’imputazione in virtù del ragionamento ora spiegato dal gup Ricciardi. Per potere contestare il reato di peculato agli onorevoli devono esistere due condizioni: “La prima è che vi sia prova del fatto che sono state effettuate da parte del parlamentare regionale delle spese attraverso i contributi erogati dall’Assemblea Regionale Siciliana in capo a ciascun gruppo parlamentare, mediante l’esibizione della relativa documentazione fiscale, contabile ed extracontabile (scontrini, fatture etc) che attesti quale spesa sia stata effettuata in concreto, per quale importo, in quale data e presso quale soggetto (ad esempio, esercizio commerciale, struttura alberghiera o altro)”. In questo caso, secondo il giudice, è “di tutta evidenza che l’onere della prova non può che gravare sulla pubblica accusa”. Devono essere i pm, insomma, a dimostrare che i soldi siano stati spesi.

“La seconda condizione – si legge nella motivazione – è che vi sia prova del fatto che quella spesa sostenuta dal parlamentare regionale e comprovata dalla documentazione fiscale acquisita agli atti, sia stata diretta a perseguire un fine non rispondente a quello istituzionale per il quale era stato in precedenza erogato il contributo, essenzialmente legato al funzionamento del gruppo parlamentare che ne è stato il beneficiario”.

La mancata giustificazione della spesa, di per sé, dunque, “non può costituire prova di un utilizzo improprio dei finanziamenti”. Non basta il minimo comune denominatore dell’assenza di pezze d’appoggio per fare scattare il rato di peculato, ma il pm deve dimostrare come sono stati spesi si soldi pubblici. Tutto ciò vale in sede penale ma non in quella contabile. Lo sottolinea lo stesso Ricciardi e lo dimostra il fatto che per alcuni ex capigruppo sono già arrivate le stangate della Corte dei Conti.

I pm Sergio Demontis, Maurizio Agnello, Luca Battinieri e Pierangelo Padova, sulla base degli accertamenti del Nucleo di Polizia tributaria, avevano già ottenuto la condanna a due anni per Innocenzo Leontini.


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