PALERMO – “Io devo andare da Michele… è una cosa urgente… ci deve essere la sorella di loro…”, diceva Gaetano Pensavecchia alla moglie. Era stato convocato da Michele Ferrante per l’arrivo a Palermo di Rita Fontana, di cui l’uomo curava gli interessi in città.
Pensavecchia non era tenero nei confronti della donna, alla quale si rivolgeva con un termine dialettale la cui traduzione in italiano, “buttasangue”, non rende a pieno il disprezzo che prova chi la pronuncia. Tutti e tre i protagonisti sono finiti in carcere ieri nel blitz del Nucleo speciale di polizia economico-finanziaria.
Secondo la Procura di Palermo, Pensavecchia era prestanome dei fratelli Fontana, (oltre a Rita c’è anche Giovanni), nelle imprese del caffè finite sotto sequestro. Un rapporto basato sul denaro, circa trecento mila euro, che i Fontana avrebbero messo a disposizione di Pensavecchia in un momento di difficoltà economica. Il giudice per le indagini preliminari Claudia Rosini traccia la figura di imprenditore non mafioso, ma ben conscio della caratura mafiosa degli uomini con cui ha stretto un patto.
“Quella del Pensavecchia, allora, alla luce delle risultanze di seguito compendiate e delle dichiarazioni rese dai collaboratori riscontrate dal contenuto dei dialoghi intercettati – scrive il Gip – sembrerebbe essere un’impresa ad infiltrazione mafiosa, laddove con questa definizione si intendono quelle realtà aziendali nelle quali l’imprenditore, pur estraneo all’organizzazione criminale, instaura con questa rapporti stabili di convivenza, accettandone i servizi offerti ed il capitale illecito quale fonte di finanziamento e ricambiandoli con altri servizi ed attività complementari. In quest’ultimo caso, le imprese mafiose entrano in rapporti più o meno stabili con le organizzazioni criminali, pur senza essere inserite o contigue, ed solo al fine di riceverne vantaggio”.
“… vogliono i soldi di luglio e agosto”, confidava Pensavecchia alla moglie. Al genero spiegava che mensilmente era costretto a versare una quota fissa: “…. loro vogliono i soldi che… appena tu arrivi a centocinquantamila euro ti dicono ‘no io rimango sempre socio” hai capito?… loro vogliono… vogliono la mensile di quando… vogliono rientrare dei trecentomila euro”.
Pensavecchia aveva visto nei Fontana la sua ancora di salvezza. Ed invece ben presto si era reso conto di avere solo peggiorato la sua situazione: “… la maledizione del Signore che siamo in società con questi… tutte cose ma…. è da due anni a questa parte… troppe cose male… troppe cose male… una cosa buona non mi è venuta…”.
Le cimici piazzate dai finanzieri hanno registrato il suo sfogo divenuto una confessione in diretta. Pensavecchia temeva che “lo spione” Silvio Guerrera, boss divenuto collaboratore di giustizia, potesse mandare all’aria un’attività che andava avanti da decenni: “… a noi altri ci dovete dare… a parte lo stipendio, a noi ci spetta una cosa sopra, come prestanome… a noi se la cosa va male, va male per noi altri, mica va male per loro… ah se va bene ‘apparano a manu” (porgono la mano per ricevere, ndr) e non vogliono sapere una minchia…”. La dazione mensile di denaro, secondo, il giudice configura il reato di riciclaggio.

