Eravamo in tanti, l’altra mattina, a Palermo, nella parrocchia di Sant’Espedito, per accompagnare Giulia, nel viaggio che nessuno comprende. Eravamo lì, con la necessità di un abbraccio, di una carezza, di uno sguardo, davanti all’inesprimibile.
Eravamo lì, scrutando, da lontano, i suoi genitori, il papà e la mamma di una bambina. Ammirando il loro coraggio, chiedendoci: come faranno? La domanda accresceva la pena. Splendeva ovunque, nelle memorie e nelle foto dei telefonini, il sorriso inestimabile di Giulia. Occhi dolcissimi, posa sbarazzina. Come se nessun distacco fosse stato consumato, lei era lì. Non in forma di speranza o di illusione. Lei, veramente, era lì.
Oggi, quelle emozioni ritornano con forza, alla notizia della morte del piccolo Domenico, bimbo di Napoli, spirato dopo la vicenda angosciante del trapianto. Ci saranno – ci dovranno essere – tempo e luogo per circoscrivere i fatti, trapelati dalle prime notizie di cronaca. Ma questo è il passaggio del dolore e non va disperso, nella sua consapevolezza, nello stare accanto a due genitori distrutti.
Quando muore un bambino, la certezza di una catastrofe è completa. La morte, dolorosa per chiunque, si trasforma nell’ustione cocente di una ingiustizia, in aggiunta. L’innocenza, ciò che chiamiamo innocente, perché stupito della sua stessa vita, quando è bloccata sul nascere, moltiplica la sofferenza.
Quando muore un bambino, il silenzio, intorno, è assoluto. Già non è semplice trovare parole per dare un conforto che si vuole offrire in tutti i modi, ma che risulta inadeguato. Specialmente se chi va via si trovava nella porzione di strada in cui si corre, con la gioia e con la spensieratezza. Crediamo, a ragione, inaccettabile che l’evidenza di un funerale prenda il posto delle foto dei compleanni insieme, che non ci saranno.
Perfino chi, per suo mestiere, ha il compito, con il resto, di raccontare tragedie, prova sgomento assoluto. Quando muore un bambino, i taccuini – siano essi materiali o figurati – si chiudono, raggelati. Ed è difficilissimo riaprirli.
Eppure, se c’è una cosa che l’estenza ci ha insegnato è questa: la necessità di trovare parole, di tracciare le linee di una relazione umana in ogni circostanza. Anche quando muore un bambino. L’ostinazione a comunicare, nonostante tutto, è la forza che ci permette di respirare.
Domenico è morto, in calce a una storia dalla fisionomia terribile. Da Palermo e dalla Sicilia, come da ognidove, piovono abbracci e benedizioni. Raggiungeranno il cuore spezzato di due genitori, magari a loro insaputa. Non dimentichiamo Domenico, sua madre e suo padre. Non dimentichiamoli mai. Sarà un modo, piccolo, infinitesimale, ma sarà un modo, per accendere la candelina di una speranza, nell’immensa oscurità del dolore.
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