Camera penale |Il programma di Trantino

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Gli avvocati italiani stanno vivendo una sindrome di accerchiamento. Identificati da parte dell’opinione pubblica come i sabotatori del processo, e dagli imputati in certi processi come una parte, necessaria per il codice, ma ininfluente per il sistema, avvertono l’esigenza di riforme strutturali ma, nel contempo, l’incapacità della politica di affrontarle. La particolare fase che stiamo attraversando, in cui ogni iniziativa legislativa volta a modificare le leggi è vista – a torto o ragione – come finalizzata a incidere sul destino di destini individuali, di fatto acuisce la condizione di stasi; oltre ad accrescere una sensazione di diffidenza sull’esercizio del potere giurisdizionale, sempre più interpretato come supplente rispetto a una politica autoreferenziale, almeno quanto il potere giudiziario stesso. E in questo gioco di specchi in cui è impossibile cogliere i torti e le ragioni di ciascuno, il risultato che si produce è uno stato di disorientamento che affligge, oltre la gente comune, soprattutto i soggetti coinvolti nel processo penale. Nel contempo, le spinte legislative che giungono dall’Europa (per esempio, in materia di crescente protagonismo della vittima), il ruolo sempre più penetrante della scienza, e la proliferazione di caotici interventi normativi, rendono inderogabile l’introduzione dell’obbligo di specializzazione tra gli avvocati, posto che la credibilità della nostra categoria è in diretta correlazione con il grado di preparazione che riusciamo a esprimere. Naturalmente esistono due diversi livelli di analisi. Uno più ampio che involge il confronto con la politica e con altri organi centrali (A.N.M. e C.S.M. su tutti), che è demandato all’Unione delle Camere Penali, i cui intenti programmatici esposti del Presidente Spigarelli all’ultimo congresso di Genova condividiamo e recepiamo integralmente (http://www.camerepenali.it/public/file/Documenti/relazione%20finale%2027.9.13%20carta%20intestata.pdf), al pari delle relazioni presentate dagli osservatori costituiti a livello nazionale. Uno periferico che attiene a vicende e problematiche locali, che orienta le iniziative e la “politica” delle singole Camere Penali, alla luce delle specificità che emergono nel territorio di competenza. Negli anni più recenti la Camera Penale di Catania Serafino Famà, al cui Presidente Giuseppe Passarello e direttivo intero va il nostro ringraziamento per l’impegno profuso, ha patito un affievolimento di attenzione degli iscritti a causa di quell’endemica propensione per una visione autarchica della professione che finisce con il ridimensionare il nostro potere contrattuale, facendo apparire Camera Penale come un organismo di nicchia e privo di rappresentatività effettiva. Si deve, invece, ribaltare la prospettiva e imprimere coesione e sinergia all’azione, in modo che i tanti problemi che affrontiamo ogni giorno non costituiscano individuali criticità che lasciano indifferenti i nostri interlocutori, ma diventino “questioni dell’avvocatura penale”, la cui possibilità di soluzione è direttamente proporzionale al numero dei colleghi che le sostengono con la loro attiva partecipazione alla Camera Penale. In tal senso, la crisi della giurisdizione, il ridimensionamento del ruolo dell’avvocato, la mancanza di un’interlocuzione efficace con la magistratura, affondano le radici nella ritrosia di noi penalisti a creare una “rete” che dia forza alle nostre rivendicazioni, giammai da intendersi come interessi corporativi, ma come strumenti di difesa del diritto e delle garanzie. Nel passato la Camera Penale di Catania si è resa protagonista, sia in campo locale che nazionale, per importanti iniziative che hanno portato – lo ricordiamo ai meno giovani – all’introduzione dell’art.141 bis c.p.p., grazie all’instancabile opera del compianto Serafino Famà. In gran parte è accaduto perché esisteva maggiore spirito di gruppo che si esprimeva – oltre che in salutari occasioni di aggregazione extraprofessionale – in affollate assemblee che davano vigore alle rivendicazioni emerse al termine di quei dibattiti. Quel che è invece è accaduto in tempi più recenti mostra come noi stessi siamo responsabili della nostra vulnerabilità. Il Direttivo uscente, ha condotto – con il Consiglio dell’Ordine – una lusinghiera battaglia sui protocolli d’udienza, allo scopo di criteri di efficienza e del rispetto della dignità ed esigenze di tutti i protagonisti del processo. È nota la ritrosia di alcuni magistrati all’applicazione di tale intesa che, se ha visto sensibili i capi degli uffici a seguito delle segnalazioni del Direttivo, ha pure rivelato la proterva indifferenza di alcuni giudici. È ovvio che in casi del genere la risposta dell’avvocatura dispiega una sua efficacia solo se uniforme e generalizzata; altrimenti legittimerà gli altrui abusi, nella consapevolezza di chi li commette di non subire reazioni efficaci. Si dovrà in tale direzione vigilare affinché distorte prassi processuali finalizzate a comprimere gli spazi di discussione in appello – ormai adottate in altre sedi – possano essere importate nel nostro distretto con compromissione del principio di oralità. Consegue un auspicio di più massiccia partecipazione, perché solo un organismo che parla a nome degli avvocati, e non di una marginale quota di essi, può esercitare un potere contrattuale che abbia incidenza con i nostri interlocutori. Altrimenti i disagi quotidianamente avvertiti nell’esercizio della professione da ciascuno di noi, costituiranno causa di sterili malumori che non genereranno mai soluzioni adeguate. In ragione delle nuove e più spietate “leggi del mercato” è necessario che la Camera penale guardi con attenzione ai giovani colleghi che dovranno avere un ruolo sempre più centrale all’interno degli organismi associativi. Occorrerà pertanto, da un lato, prevedere incontri periodici tra il Direttivo ed i giovani avvocati e praticanti e, dall’altro, coinvolgere attivamente le giovani generazioni di colleghi in tutte le iniziative che la Camera Penale intenderà intraprendere. Per realizzare l’obiettivo di una più consistente presenza riteniamo auspicabile un intervento presso l’Unione per rimodulare la quota associativa, dimezzandola a 50 euro per i praticanti, e portandola a 100 euro (invece delle attuali 150) per gli avvocati infraquarantenni. Tra le numerose iniziative che la nuova Camera Penale intende avviare – autonomamente o in sinergia con il Consiglio dell’Ordine – si segnalano alcune tra le più rilevanti: 1. maggiore interazione tra la Camera Penale ed i suoi iscritti, immaginando direttivi allargati alle audizioni di singoli colleghi ogniqualvolta ve ne fosse richiesta. Analoghe audizioni verranno riservate ai praticanti ed alle loro problematiche; 2. l’effettiva applicazione dei protocolli di intesa per la regolamentazione degli orari di inizio delle udienze. Il futuro Direttivo si impegnerà affinchè vengano rispettate i protocolli sulla suddivisione delle udienze in tre fasce orarie; 3. la previsione di misure dirette a rendere più efficace ed efficiente l’istituto del patrocinio a spese dello stato che impediscano lo svilimento economico dell’attività processuale dell’avvocato; 4. il mantenimento del sito internet costantemente aggiornato (con frequenza almeno settimanale) ed aperto alle proposte ed alle iniziative di tutti gli iscritti; 5. migliore organizzazione delle aule in cui è possibile il collegamento in video conferenza; 6. creazione di un’area wi – fi all’interno del Tribunale; 7. il rispetto delle norme sulla difesa di ufficio e della turnazione prevista per l’assegnazione delle nomine. La Scuola di formazione, fiore all’occhiello della Camera Penale di Catania, dovrà essere mantenuta, confermando i colleghi che fino a oggi l’hanno egregiamente organizzata e coordinata, intensificando anche le occasioni di confronto culturale con i magistrati, specie sui temi nodali del processo come l’interpretazione delle prove, la conduzione del dibattimento e l’esercizio della giurisdizione in genere. La Camera Penale Serafino Famà dovrà provare a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel panorama nazionale, organizzando a Catania incontri nazionali di studio e, se possibile, un prossimo congresso dell’Unione, che tanta visibilità e consensi ci diede nel 1996. Sul piano del confronto culturale pensiamo alla celebrazione del secondo grado del “processo al processo”, il cui primo grado si svolse a Siracusa nel 1990 e si concluse con l’assoluzione del nuovo codice di procedura penale. Altra ambizione educativa implica un’interazione con le scuole e con l’Università, chiedendo al Provveditore agli studi e al Rettore di coinvolgere i nostri iscritti in seminari culturali che abbiano a oggetto il principio di legalità, il significato del processo e il ruolo dell’avvocato. Formando le future generazioni si spera così di invertire quell’intollerabile deriva populista e giustizialista, che induce il cittadino a considerare presunto colpevole chiunque coinvolto in un procedimento penale. Sarebbe auspicabile una “rivoluzione culturale” per la riaffermazione dell’ormai negletto principio sancito dall’art.27 della Costituzione, che condanna l’indagato – di cui si siano occupati i mezzi di informazione –alla “unzione” permanente, anche nel caso di esito favorevole della vicenda processuale. In tal senso e in funzione di quella centralità di cui abbiamo sopra parlato e del ruolo che l’avvocato deve assumere, anche, all’interno del processo, appare doveroso per un organismo associativo come Camera penale ed, in particolare Camera penale di Catania, occuparsi dei correttivi sostanziali all’attuale meccanismo di interazione tra processo e televisione. La proliferazione di trasmissioni, spesso dal taglio sensazionalistico, genera una deformazione dei fatti sulla base dei quali si incunea un pre-giudizio contagioso, da cui certo non sono immuni coloro i quali potrebbero poi essere chiamati a comporre la giuria popolare che si occuperà di quel processo; con intuibile effetto sulla loro serenità di giudizio. Compito di Camera penale sarà, pertanto, quella di far comprendere la differenza ontologica tra ciò che è costituzionalmente protetto (la pubblicità del processo) e ciò che non è consentito, anche perché vietato dalla legge. Tra le attività di impulso da sottoporre all’Unione si potrebbe chiedere, in tale direzione, di sollecitare il Garante per la privacy, chiedendo che diventi obbligatorio vietare la pubblicazione del nome e delle immagini dell’indagato-imputato, almeno fino al disposto rinvio a giudizio. Ciò che si auspica non è, certamente, “l’oblio dell’informazione”, bensì una trasparenza informativa che rispetti le regole del processo, inteso quale “percorso protetto”, anche se solo fino ad una fase limitata del procedimento. È ovvio come, per apparire credibile, l’avvocato non possa ignorare l’esigenza di sapere compiere autocritica. In tale ottica, per evitare di commettere gli errori del passato e per attrezzarsi ad affrontare al meglio le sfide del futuro, andrebbe ripensato lo strumento delle astensioni. Parti interessate a sviare l’opinione pubblica, spesso scarsamente informate, hanno individuato nelle astensioni dalle udienze il motivo principale dell’irragionevole durata del processo. Come dimostrato dall’indagine EURISPES (rapporto sul processo penale) sulla durata del processo, su scala nazionale la causa principale della restituzione degli atti al P.M. è la nullità del decreto di citazione a giudizio (87.5%); la causa principale dei rinvii è stata individuata nella mancata citazione dei testimoni da parte della Procura (46,3%). Su scala locale, invece, il dato è più allarmante, perché la causa principale (100%) di restituzione degli atti al PM è data dalla nullità della citazione, mentre la causa principale del rinvio delle udienze (21,3%) è l’assenza del Giudice. È innegabile come l’astensione dalle udienze costituisca uno strumento di lotta nobilissimo e di straordinaria importanza che, in un passato ormai non più recente, ha raggiunto rilevantissimi risultati (per esempio, la modifica delle norme sul giusto processo). È, tuttavia, innegabile che l’astensione si è trasformata in uno strumento di protesta generalizzata, specie perché rivendicata da altri organismi forensi a tutela – in quel caso – di interessi corporativi. Occorre, pertanto, pensare anche ad altre forme di sensibilizzazione dell’opinione pubblica che possano riportare l’Avvocatura, con autorevolezza e con rilevante peso specifico, al centro del dibattito nazionale. È necessario, invero, accompagnare le tradizionali forme di protesta con operazioni culturali di ampio respiro aperte all’intera collettività, effettivamente praticabili e non solo virtuali, intorno alle problematiche che affliggono la giustizia penale. Affrontando nello specifico la questione catanese, il nodo principale appare la marginalizzazione del ruolo dell’avvocato che si manifesta in numerose forme: • indifferenza al nostro contributo processuale palesata dal decorso di mesi tra la discussione e la sentenza, e dalla liquidazione di parcelle offensive nei gratuiti patrocini; • indifferenza alle nostre esigenze (rectius: diritti), rivelata dalla violazione – da parte di alcuni giudici – dei protocolli, vigilando sull’effettiva soppressione delle udienze pomeridiane; sappiamo che fin dal 1989 il legislatore auspicava la definizione della maggior parte di procedimenti con i riti alternativi, quale condizione per l’effettivo funzionamento del processo orale. Purtroppo la recente prassi ci ha consegnato risultati sconfortanti, per una crescente ritrosia ad accedere ad essi nel timore di un trattamento sanzionatorio più afflittivo rispetto a quello comminato con il giudizio ordinario, come spesso si è verificato. Ciò, oltre a contribuire all’ingolfamento dei ruoli dibattimentali, rende angusta ogni scelta per l’aleatorietà delle conseguenze. Se è vero che non si possono standardizzare le sanzioni, segnalare al capo dell’Ufficio i casi più eclatanti potrebbe indurre alla ricerca di un modello più equilibrato che invogli alla definizione del processo allo stato degli atti e che, comunque, renda la scelta indipendente dalla persona fisica del giudice che dovrà decidere. Solo diminuendo la quantità di riti ordinari si potrà migliorare la qualità della giurisdizione: l’oralità del processo non è ozioso auspicio intellettuale, ma requisito di valore; un rito fondato sulla formazione della prova nel contraddittorio perde la sua caratteristica con la diluizione nel tempo delle udienze. A meno di non credere che un giudizio di attendibilità possa essere affidato alla sola lettura dei verbali dibattimentali, è solo la contestualità tra esame testimoniale e decisione finale che potrà consentire una simile prognosi (con quel che consegue in tema di reformatio in pejus in appello di una sentenza assolutoria basata su una valutazione di inaffidabilità della fonte d’accusa). Per garantire il rispetto di quel che noi consideriamo “coefficiente di giustizia” è nostro proposito – ove ci venga data facoltà – chiedere ai presidenti di Corte d’Assise di destinare intere sessioni con udienze consecutive alla trattazione di ogni processo, come si faceva con il vecchio rito; e, in ogni caso, rendere quanto più contestuale la decisione rispetto alla discussione (nel caso in cui il numero degli imputati lo consenta), per non relegare questa al rango di esercizio virtuoso ma sterile. Sul piano degli adempimenti alla normativa nazionale, ove nel frattempo non avrà avuto esecuzione, si intende chiedere che l’Autorità Giudiziaria Catanese adotti il protocollo necessario a dare attuazione all’art. 275 bis c.p.p., come recentemente compiuto dall’ A.G. di Torino, anche al fine di alleviare il sovraffollamento delle strutture penitenziarie del capoluogo. Allo stesso modo ogni disfunzione che trascenda la fisiologia dell’errore per palesare la patologia delle condotte, deve costituire occasione di interlocuzione con i vertici degli Uffici giudiziari. Per esempio, in materia di riparazione per ingiusta detenzione non è ammissibile la prassi del rigetto indiscriminato mediante operazioni di maldestro “copia e incolla” che giungono a attribuire all’istante la colpa grave per reati mai contestatigli. Per adoperarsi in tale direzione, in linea con le passate gestioni, con l’obiettivo di monitorare la realtà locale e studiare forme adeguate di intervento saranno istituiti gli osservatori di diritto penale, procedura penale, diritto penale dell’economia (che vigili sulla delicatissima materia delle misure di prevenzione patrimoniali), carceri, difesa d’ufficio, giurisdizione innanzi al Giudice di Pace e gratuito patrocinio, coinvolgendo i relativi responsabili in ogni Direttivo per una più immediata elaborazione di proposte. Corollario naturale a quanto scritto sarà costituito da un confronto, almeno semestrale, con la delegazione dell’ANM e i vertici degli Uffici per un reciproco avanzamento di proposte volte al miglioramento della qualità del lavoro di tutti. In tale analoga direzione immaginiamo una pressante attività di stimolo verso gli enti preposti perché intervengano sugli arredi delle aule per assicurare un decoro all’altezza della funzione che ivi si esercita. Inoltre, al fine di garantire uno standard di professionalità adeguato, riteniamo opportuna una serrata interlocuzione con il Consiglio dell’Ordine per un più rigoroso adempimento dei doveri di toga, e per una più severa ricognizione dei corsi di aggiornamento professionale. Ci eravamo prefissi la sintesi, ma quanto scritto riteniamo costituisca il minimo indispensabile – ma non esauriente – per tracciare le nostre linee programmatiche. I penalisti catanesi tornino a rivendicare quel primato riconosciutogli nel passato, grazie a un’autorevolezza espressa, non solo da prestigiosissime figure che sarà nostro dovere ricordare, ma anche da comportamenti probi, intransigenti e ispirati alla preparazione e integrità morale. Tanti solisti non conseguiranno mai risultati per la realizzazione di obiettivi comuni. La squadra, lo spirito di corpo, la consapevolezza dell’appartenenza e della colleganza costituiscono la condizione minima per dar forza alle proprie rivendicazioni che abbiano come scopo di rendere l’avvocato protagonista del processo; non semplice spettatore suo malgrado.

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