Visconti: Cara Giuditta, ti racconto i nostri vizi

Cara Giuditta, ti racconto i vizi di questa Sicilia

Il ricordo del compagno di classe e i dubbi di oggi
L'incidente del 'Meli' 40 anni dopo
di
6 min di lettura

Il professore Costantino Visconti, oggi docente universitario, era compagno di classe di Maria Giuditta Milella. Le sue parole, 40 anni dopo la strage del ‘Meli’.

Ciao Giuditta (Titta per i più intimi),

scusami se ti parlo così ma il nostro amico Roberto, il figlio del professore di italiano della sezione B del Liceo Meli, è tornato ancora una volta alla carica e mi ha chiesto di scrivere qualcosa nel ricordo di quel 25 novembre 1985 in cui tu, Biagio (e poi Pierluigi, anni dopo) siete rimasti uccisi, e altri 37 nostri compagni gravemente feriti in via Libertà, schiacciati da una macchina di scorta “impazzita” dei giudici Borsellino e Guarnotta.

Cadono i quarant’anni da quel momento in cui per centinaia di studenti la vita cambiò per sempre, e tu l’hai persa: come faccio a sottrarmi? E però, raccogliendo l’invito di Ravasi nel suo ultimo elzeviro domenicale, non ti parlerò del nostro passato comune perché “gli uccelli non si girano mai indietro quando volano via”.

Ecco, Giuditta, quei 950 tuoi compagni che frequentavano allora con te il Meli, che assistettero attoniti a quella strage (e al dopo), in un modo o nell’altro hanno ripreso il volo con alterne fortune. Alcuni hanno portato per sempre, nel corpo, il ricordo di quel giorno. Altri pure nella testa, come un dispositivo cognitivo utile a orientarsi nelle insidie della vita. Altri ancora sono rimasti con il cuore spezzato, per sempre, perché se un amore finisce il dolore a volte non si cicatrizza.

Ci siamo curati tutti, e ciascuno ha ripreso il suo volo. Ognuno di quegli studenti avrà una storia da raccontare, la sua. Credo, però, che tu, da lassù, non ci hai perso di vista, sicuramente a noi compagni di classe, della III B, anzi “ci hai scolpiti nella palmo della tua mano”, soprattutto Rita, Angelo e Giuseppe, che con te furono colpiti alla fermata.

Non ti parlo del passato, quindi: lo conosci meglio di me. Ti dico di oggi e di domani, se riesco in poche righe e mettendo da parte le mie fragilità. Ho tanti dubbi, sai? Credo che il sacrificio vostro e dei tantissimi altri che tra gli anni 70 e gli anni 90 sono stati immolati nella lotta contro la mafia, ha dato moltissimi frutti.

Adesso i “corleonesi” non comandano più, ci sono i loro eredi ma molto indeboliti, lo Stato è forte mentre prima coabitava con loro, le leggi ci sono e prima non c’erano e la vita dei mafiosi è un continuo fuggi-fuggi. Non possiamo ancora dire che ce ne siamo liberati, ma potrebbe essere iniziato un declino irreversibile verso un ridimensionamento definitivo, spetta a noi renderlo ineluttabile.

E qua è il punto. Noi. Prigionieri di noi stessi. Palermo è diventata bellissima, lo avrai visto, pur tra i mille malanni cronici che l’affliggono ancora. Rispetto alla nostra adolescenza è una meraviglia! Ti ricordi, ad esempio era impensabile per noi passeggiare nella zona della Cala, ora è un salotto con vista mare.

Tra gli artefici c’è un gran professionista non siciliano: scaduto il suo mandato all’autorità portuale, prontamente un uomo del nord lo ha rimpiazzato con una politica siciliana non del mestiere, chissà per quali alchimie politiche “scambistiche” tra Palermo e Catania, tra Raffadali e Bagheria, passando per Siracusa.

Ti ricordi? In quei giorni, dopo l’incidente, divampò una polemica sul fatto che un solo imprenditore, un privato, avesse nella sua struttura la TAC e occorreva mettersi in fila per ottenere l’esame, anche voi che stavate tra la vita e la morte.

E adesso? A parte aver reso ricchi e straricchi ben individuabili gruppi di individui, tribù, sodalizi e congreghe varie, a che punto siamo? Non c’è giorno in cui un amico, un conoscente non mi dice “sto andando al nord curarmi”, l’ultimo Roberto, 22 anni, che un esame particolare deve farlo a Milano perché qui a Palermo non lo fanno più e invece per quelli periodici che è costretto a sostenere deve pagare i privati convenzionati che “hanno terminato il budget”.

“Prof, ma che è questo budget terminato? Io devo controllarmi ogni tre mesi, se a settembre mi prenoto per febbraio com’è che questo budget è finito prima di iniziare?”. Io non so che dirgli. Però mi piacerebbe sapere cosa raccontano al telefono o anche di presenza gli operatori delle strutture convenzionate e quelle pubbliche quando spiegano ai pazienti che devono pagare la prestazione richiesta, non il ticket ma l’intero. Qualcuno ha il coraggio, l’onesta intellettuale e la competenza per dirlo?

Proprio in questo momento, avrai visto, siamo costretti a prendere atto che seppur non più soggiogati dal dominio dell’organizzazione mafiosa, noi non riusciamo a imboccare una strada di vera liberazione, perfino quando beviamo il calice amarissimo della pena, del carcere.

Non parlo di chi, ammalato di potere, esce dal carcere e ricomincia come prima, ma di chi attorno a lui non si rende conto o chiude un occhio e comunque ne approfitta e lo segue nella folla elettorale, nel baratro, nel ripristino del passato “che non passa”.

Anche loro, forse, sono “uccelli in volo che non si voltano “? Sì: ma branchi di corvi, uccelli del malaugurio mi verrebbe da dire, che osano banchettare e sghignazzare perfino il 19 luglio quando la gran parte dei palermitani ricorda il fumo che si levava da via D’Amelio. Quel banchetto è una metafora e una lente d’ingrandimento per il futuro: che vogliamo fare?

Dillo tu, se vuoi, a quelli che erano lì, a quelli che non gli ha detto “no Totò, proprio tu no: non è opportuno, proprio quel giorno”, e sono andati lì a festeggiare con tanto di selfie. Forse non lo sanno: ma a chi a sfregiato la memoria dei nostri eroi, di regola non è finita bene, ovunque fossero acquattati.

E allora, che vogliamo fare? Vogliamo proseguire il cammino di Paolo Borsellino, quel magistrato che cercò e trovò l’abbraccio materno di Francesca, di mamma tua, qualche tempo dopo l’incidente, quell’uomo che nei 57 giorni tra la strage di Capaci e di via D’Amelio, andò incontro a un destino che non era scritto ma voluto da chi aveva paura che rimanesse in vita?

Il magistrato che lasciò pochi spiccioli nel conto corrente ma un grandissimo sorriso alla sua famiglia e ai siciliani tutti, il sorriso di un papà che può dire “io ce l’ho messa tutta” per liberare il futuro dei figli di tutti? E noi? Possiamo dire di “avercela messa tutta”? Non so Giuditta, davvero. Se guardassi a quel banchetto, ti direi di no. Se, però, guardo gli occhi degli studenti che incontro in università, la loro fatica, le loro contraddizioni, ti direi: abbiamo fatto il possibile, quanto era alla nostra portata. Il resto dovranno farlo loro.

Scacciare i mercanti dal tempio, smontare i banchetti dei corvi, trovare un altro posto ai tanti camerieri che hanno servito e – insieme – mangiato in quel banchetto e che proprio in queste ore stanno seguendo l’antico adagio “calati iuncu cà china passa”. Loro, le nostre ragazze e i nostri ragazzi, se riusciranno a resistere, baciati dalla immeritata (da noi) bellezza della nostra terra, quel giunco finalmente lo spezzeranno. Se avranno voglia. Speriamo di sì. Ce la potrebbero fare, se noi non ci mettiamo di traverso.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI