Gli occhi di Nicola Siciliano. Gli occhi di mio padre. I secondi li ho visti. I primi posso provare soltanto a immaginarli. Gli occhi di Nicola, quando rientra. Il maresciallo di Capaci ha dovuto dare a lui e Maria Stella, sua moglie, la notizia atroce che non si supera. Nicola sa tutto. Quando ha già fatto buio, varca ancora l’ingresso di una casa che, nel suo cuore e nella sua mente, è già affogata nel dolore. Guarda gli altri i suoi figli, con il suo cuore straziato. E dice queste parole: “Biagio è morto”.
Biagio Siciliano aveva quattordici anni, quando morì. Maria Giuditta Milella era una diciassettenne. Studenti del liceo classico ‘Giovanni Meli’ vennero falciati da un’auto di scorta ai giudici Leonardo Guarnotta e Paolo Borsellino, alla fermata dell’autobus del liceo, a piazza Croci. Era il 25 novembre 1985, quarant’anni fa.
L’incidente, il ricovero, la speranza
Mentre il maresciallo di Capaci fa la sua strada verso la casa dei Siciliano. Francesca e Carlo Milella hanno già saputo che è successo qualcosa, che c’è stato un incidente. Le informazioni, all’inizio, non sono chiarissime. Si precipitano, come altri genitori di feriti, all’ospedale Civico di Palermo. E capiscono la gravità della situazione. Gli occhi di Carlo e Francesca, come gli occhi di Nicola e Maria Stella.
In quel naufragio di angoscia crescente, un barlume di fiducia si accende per le vie imperscrutabili che attribuiamo al caso, specialmente nei frangenti penosi. Maria Giuditta, Giuditta, Titta, è ricoverata nella stessa stanza che ha ospitato Carlo, in passato, in un momento critico. Lui ce l’ha fatta. Anche la bambina ce la farà: è la speranza. La diciassettenne muore il primo dicembre, pochi giorni dopo.
Quel giorno alla fermata
Io ero alla fermata, quel giorno. Ero uno studente del ‘Meli’. Decisi di incamminarmi verso la mia casa lontana, con un improvvisato compagno di viaggio, senza aspettare l’autobus, pochi minuti prima degli eventi noti. Scorgemmo un paio di ambulanze, lanciate verso piazza Croci. Ma non ci demmo peso. Palermo era la città delle sirene, dell’emergenza col volto della normalità.
E noi eravamo due adolescenti degli anni Ottanta, impegnati in chiacchiere assortite sulle feste, su profondissimi concetti filosofici, sull’amore, sulla musica, sul calzone fritto del bar all’angolo. Non conoscevamo lo sgomento.
Non c’erano i telefonini. Non si poteva avvisare. Arrivai nella piazza che mi era familiare e incontrai gli occhi di mio padre che aveva sentito la notizia al telegiornale e stava precipitandosi a cercarmi. Fu il cammino inverso degli occhi di Nicola Siciliano.
Dallo smarrimento di una potenziale sciagura alla gioia improvvisa di un ritrovarsi. Lui mi abbracciò, stringendomi forte. Io non capivo. Lui mi spiegò. Anche io lo abbracciai con foga, di rimando. Ancora mi vergogno un po’ di quella felicità. Perché Nicola, Maria Stella, Carlo, Francesca non sarebbero mai più riemersi dall’abisso che li aveva inghiottiti, inghiottendo i loro figli.
Lo choc della violenza
Una Palermo attraversata da correnti di accidia seppe resistere alle insinuazioni delle strumentalizzazioni e restare al fianco dei giudici che non avevano certo colpa di una strage causata dalla cappa di terrore provocata dalla mafia, alla vigilia del Maxi-processo.
Più generazioni di ragazze e ragazzi furono costretti a compiere un salto inaspettato. Restarono i giradischi delle feste domestiche, con le canzoni, gli innamoramenti, le sere d’estate e la dolce ala della giovinezza di un tempo appropriato nella sua dimensione unica. Svanì l’illusione comprensibile della perennità. Eravamo fragili. Potevamo morire. E dovevamo combattere contro la violenza.
Molti di noi hanno collezionato le reliquie di una memoria. Da anni mi pare di intravvedere Raimondo, il gatto di Biagio, accanto al suo fratello maggiore. E non ho mai dimenticato le ultime parole di Giuditta, scritte sulla lavagna-diario della sua stanza, in una casa luminosissima. Nessuno aveva avuto il coraggio di cancellarle. Col tempo si erano sbiadite.
“Il lunedì precedente al 25 novembre – raccontò Francesca Milella – Titta non era andata a scuola. Era venuta da me, in pigiama, con le maniche che le coprivano le mani. Aveva detto: ‘Ho paura. E’ come se ci fosse qualcosa che mi vuole distruggere’. Le avevo permesso di restare a casa. E’ per questo che quel lunedì ho lasciato che uscisse, anche se la sera prima avevamo fatto tardi. Ero ancora a letto. Titta mi ha dato un bacio sulla guancia. Volevo dirle di restare. Poi ho pensato che una settimana prima aveva saltato le lezioni. Sono stata zitta. Mi sono sentita invadere da una felicità pazzesca come se fosse la prima volta che mi baciava”.
“Quella mattina, Biagio era nervoso – ricordava Maria Stella Siciliano -. Non mi diede nemmeno un bacio di saluto: ‘Mamma, quando tornerò…’. Nella camera mortuaria dell’ospedale Civico, mentre piangevo, incrociai due occhi che mi fissavano, quasi bruciandomi per l’intensità dello sguardo. Era il giudice Borsellino”.
Quarant’anni dopo
Oggi ci ritroveremo alla fermata, dove i cari volti di due ragazzi sfortunati sono stati fissati accanto a una targa adagiata dalla Cna e dal suo segretario, Pippo Glorioso, molti anni fa. E rifletteremo ancora sulla indiscutibile vittoria dell’antimafia sulla mafia. Un successo un po’ appannato dal carrierismo, dal fanatismo e dalle polemiche strumentali. Abbiamo voluto dedicare il giornale ad alcuni tra gli involontari protagonisti di una tragedia immane.
Quarant’anni dopo, per chi scrive, rimangono soprattutto gli occhi di genitori con esiti diversi. Le loro voci sparpagliate, nel vento dei rimpianti. Sono tutti morti. Biagio e Giuditta sono morti. Non hanno più amato. Non sono cresciuti. Non hanno camminato per le strade di un mondo che avrebbero migliorato. Si sono spenti, con la loro meraviglia, in un giorno esploso dentro una deflagrazione di lacrime. Palermo, alla fine, ha vinto. Ma questo lutto irrimediabile, insieme a tutti gli altri, niente e nessuno potranno mai consolarlo.
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