Dalla Chiesa e le parole sulla "mafia forte a Catania" - Live Sicilia

Dalla Chiesa e le parole ignorate sulla mafia forte a Catania

L'eredità del Generale, che prima di altri, aveva denunciato il sistema mafioso di Cosa nostra etnea.
IL QUARANTENNALE DELL'OMICIDIO
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CATANIA – Il dna della mafia catanese è imprenditoriale. Lo è sempre stato. Da quando il padrino è diventato – con il sangue e la ‘benedizione’ di Totò Riina – Nitto Santapaola. Una codice genetico, dunque, ereditato da mezzo secolo. Carlo Alberto Dalla Chiesa lo aveva capito prima degli altri. O semplicemente è stato il primo ad affermarlo pubblicamente all’opinione pubblica. Lo fece in un’intervista dirompente rilasciata all’indimenticabile giornalista Giorgio Bocca sulle colonne de La Repubblica.

Il Prefetto di Palermo, inviato in Sicilia dal Governo per contrastare Cosa nostra durante la cruenta guerra di mafia, aveva intuito come Catania avesse creato un ponte criminale con Palermo. Ma d’altronde all’epoca come si poteva ‘costruire’ e ‘fare impresa’ nel capoluogo siciliano senza il placet della mafia?

… Oggi mi colpisce il policentrismo della mafia, anche in Sicilia, e questa e` davvero una svolta storica. E` finita la mafia geograficamente definita della Sicilia Occidentale. Oggi la mafia e` forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?”, queste le parole che Alberto Dalla Chiesa ha lasciato in eredità al cronista.

Parole che oggi nel quarantennale della strage di Via Carini assumono un valore ancora più simbolico. E storico. Il generale dell’Arma, eroe italiano, rispondeva alle domande di Bocca un mese prima dei colpi di kalashnikov che lo ammazzarono assieme alla moglie. Una condanna a morte sancita da Totò Riina che l’ha anche commentata negli ultimi anni della sua carcerazione. Mentre le cimici lo registravano durante l’ora d’aria al 41bis. Ammissioni inquietanti: “A primo colpo, a primo colpo abbiamo fatto… a primo colpo ci siamo andati noialtri… eravamo qualche sette, otto… di quelli terribili … eravamo terribili. Nel frattempo… altri due o tre… lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato… appena è uscito… là dove stava… ta… ta… ta … ed è morto docu”.

Nel 1982 a Catania c’era ancora chi smentiva l’esistenza della mafia. Carlo Alberto Dalla Chiesa per quella intervista – oggi fondamentale documento storico – fece infuriare i Cavalieri catanesi (quelli ‘dell’apocalisse’ di cui scriverà Giuseppe Fava prima di essere anche lui ammazzato). Il Generale fu ‘ripreso’ anche dall’allora Presidente della Regione Siciliana Mario D’Acquisto. Passaggi che sono ben descritti nella relazione della Commissione nazionale Antimafia sulla criminalità organizzata catanese di qualche decennio fa. Il governatore siciliano invitò “in forma scritta e pubblica il prefetto a definire nei dettagli e meglio specificare il contenuto di quanto da lui comunicato alla stampa – ed implicitamente – ad astenersi da tali giudizi qualora tali circostanze non fossero state provate”. Dalla Chiesa, qualche mese prima (giugno 1982) aveva chiesto al prefetto di Catania “una scheda completa – riassumeva la Commissione – riguardante i nuclei familiari, gli interessi, le societa` ed i possedimenti degli imprenditori Graci e Costanzo. Ne avrebbe ottenuto in risposta – argomenta l’Antimafia – qualche tempo dopo, una nota redatta con stile compilativo nella quale si teneva a precisare la rilevanza degli interessi economico- finanziari gestiti dagli stessi, e la natura del tutto necessitata di alcuni rapporti mantenuti con esponenti della criminalità catanese, giustificati, a dire del massimo esponente istituzionale della provincia di Catania, dalla necessita` di “non compromettere” il buon andamento di tali interessi; veniva specificato – come se fosse una condotta normale – che l’impresa Costanzo era oggetto di “mire aggressive da parte della criminalità a causa del suo ingente patrimonio”. Il massimo esponente del governo a Catania invece di condannare quasi giustificava la “remissione” dell’imprenditoria alla mafia.

Nella sua “relazione” il prefetto di Catania non citava i rapporti consolidati e documentati tra colletti bianchi e Nitto Santapaola. Eppure già a marzo dello stesso anno erano state trovate le foto che cristallizzano ‘il dna’ della mafia catanese: pezzi delle Istituzioni che banchettano, tagliano nastri e brindano assieme Santapaola. Quelle immagini (storiche) sono state trovate a casa di Rosario Romeo ammazzato il 18 marzo 1982 assieme al maresciallo Alfredo Agosta in un bar catanese. “A Catania dunque agli inizi degli anni ottanta cosa nostra, istituzioni politiche e grande impresa – sentenzia la Commissione Antimafia – avevano stretto un patto stabile, forte e consacrato dalla contemporanea presenza dei rispettivi esponenti in manifestazioni ufficiali”.

Carlo Alberto Dalla Chiesa lo aveva capito. E lo aveva detto. Senza paura a un giornalista, capendo il ruolo fondamentale in una democrazia della stampa. Quell’intervista lo ha reso ancora più solo e isolato, come lo è stato nei suoi cento giorni a Palermo. Quelle parole avrebbero potuto scatenare una reazione alle falde dell’Etna. Ma anche sotto l’Elefante si sono girati dall’altra parte diventando complici silenziosi di Cosa nostra. E Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato ammazzato. Bisognerà aspettare le Stragi del 1992 per cambiare la storia. Per far aprire gli occhi ai catanesi e cominciare a lottare contro la mafia. Che nonostante le tante battaglie vinte non è stata ancora sconfitta.

La guerra contro Cosa nostra è ancora in corso. E ognuno di noi è un soldato, anche da semplice cittadino. Come ha detto Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Certe cose si fanno per poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa”. 


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