Catania, catture e nuovi pentiti: i duri colpi inferti ai Santapaola

Catture eccellenti e nuovi pentiti: i duri colpi inferti ai Santapaola

Boss al carcere duro e gole profonde: ma permangono 'segnali di rispetto'

CATANIA – Operazioni antimafia che hanno letteralmente decapitato i vertici dell’organizzazione, da San Cristoforo a Picanello, passando per i quartieri del centro, le città pedemontane e le loro piazze di spaccio. La cattura eccellente di Grazia Santapaola, in qualche modo ‘madrina’ di Cosa Nostra provinciale, rispettata da molti, ma non da tutti. E i nuovi pentiti, dal mafioso del Castello Ursino Rosario Bucolo al boss “Scarface” che vuota il sacco in Lombardia, William Cerbo.

È stato un anno, il 2025, horribilis per i clan mafiosi all’ombra dell’Etna. Un anno che in un contesto differente significherebbe il declino, la fine, l’irrilevanza. Se non un mesto oblio. Ma a Catania chiamarsi Santapaola, è stato molto chiaro nell’ultimo mese, incute ancora paura, genera una ‘forma di rispetto’. In certi ambienti perlomeno è così. Da un lato, insomma, emergono chiari ed evidenti segnali di un’organizzazione sempre più in crisi. Dall’altro la reazione, con una rigenerazione costante e automatica dei rapporti di forza, delle strategie, degli appartenenti e degli stessi ‘capi’.

Un’organizzazione, i Santapaola, che ha applicato alla lettera quel principio chimico del Diciottesimo secolo noto come Legge di Lavoisier, secondo cui “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Trasformazioni in atto, dunque, ma a contare sono sempre gli stessi. La meritocrazia, in pratica, nei clan ha un valore nettamente inferiore al sangue. A maggior ragione se il sangue appartiene a quella autoproclamata ‘nobiltà’ mafiosa convinta di comandare ancora oggi. E si chiama Santapaola.

I boss al 41 bis

Sono passati mesi, ma è ancora forte l’eco del pentimento del mafioso della zona del Castello Ursino Rosario Bucolo. Le sue dichiarazioni potrebbero aver influito sulla scelta di imporre a Mario Ercolano, presunto esponente di spicco del clan di famiglia, il ‘carcere duro’. Bucolo ha detto che lui aveva un telefonino in cella. Il 41 bis è l’articolo dell’ordinamento penitenziario noto anche come “carcere duro” per i capimafia. Del resto Bucolo si era già in qualche modo ‘occupato’, parlandone, di altri presunti pezzi da Novanta della mafia catanese, ovvero Francesco Napoli e Francesco Russo.

Anche loro due, Russo e Napoli, sono al 41 bis. Russo sarebbe stato l’ultimo capo provinciale conosciuto, anche se è ancora sotto processo, e avrebbe preso il posto di Napoli. A sua volta Napoli, condannato in primo grado, sarebbe stato il boss “sangue blu”, perché imparentato con i Santapaola. Due presunti capi provinciali, insomma, e un altro presunto uomo d’onore, sono al carcere duro. Ercolano, “nonostante la detenzione”, avrebbe coordinato i gruppi “ascrivibili alle posizioni degli Ercolano, ossia il Gruppo della Stazione e il Gruppo di Cibali”.

I verbali di Bucolo e il clima di terrore

Quando ha cominciato a parlare, Rosario Bucolo – uno dei referenti dei Santapaola – ha raccontato un clima generale di terrore. Diffidenze reciproche, sguardi in cagnesco, la paura di subire un attentato nell’ambito di una guerra fredda che da un momento all’altro sembrava destinata a diventare rovente. Bucolo è uno che la mafia catanese, per sua stessa ammissione, l’ha vissuta in prima persona.

Ha parlato ai magistrati della Dda di stipendi, di capi e di equilibri mafiosi, nelle numerose pagine di verbali raccolti in questi mesi. E anche di presunti mafiosi di rango inferiore, come Salvatore Mirabella “u paloccu”, presunto fedelissimo di Russo con cui avrebbe avuto ben più di qualche screzio. “Tra il dicembre 2022 e il 2023, la situazione con Mirabella peggiora. Temevo che (…) avessero intenzione di uccidermi”. Per questo si decise che Mirabella si sarebbe spostato in altre zone, anche grazie all’intervento – almeno così secondo Bucolo – di Ciccio Napoli. Sarebbe stato Napoli, dopo il suo arresto, a stabilire che Mirabella sarebbe stato messo vicino a Ciccio Russo.

“Per volontà di Napoli, Mirabella venne collocato a San Cristoforo”, ha affermato ancora Bucolo. “Quando io sono uscito, infatti, mi è stato recapitato un pizzino”, in cui c’era scritto che per volontà di un appartenente un Santapaola – Santapaola di cognome – da quel momento un fedelissimo di Mirabella avrebbe risposto direttamente a lui, cioè a Santapaola. Questo bigliettino mi viene consegnato nel 2020”.

Il pentimento di “Scarface”

A casa sua aveva un trono con le iniziali incise, come quello su cui sedeva Al Pacino nel capolavoro cinematografico di Brian De Palma “Scarface”. E quando nel 2014 fu arrestato, gli investigatori battezzarono quell’operazione proprio col titolo del film, dando esecuzione a un’ordinanza che azzerava il clan mafioso dei Mazzei. Il cosiddetto gruppo dei Carcagnusi. Ma William Alfonso Cerbo, fino a pochissimo tempo fa, non aveva mai vuotato il sacco, nonostante una condanna a 7 anni (definitiva) per vari reati, tra cui associazione mafiosa.

Il pentito che sta facendo tremare i piani alti delle organizzazioni criminali – e non solo – tra la Sicilia e la Lombardia, passando per i più pericolosi della Camorra e della ‘ndrangheta, ha una storia che si presterebbe a una serie tv contemporanea. Oggi è un collaboratore di giustizia, le cui tesi sono diventate importantissime al processo Hydra, in Lombardia. Ha riferito, tra l’altro, di un pactum sceleris tra Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta per fare affari nella regione più ricca d’Italia. Ai pubblici ministeri ha raccontato di aver avuto un ruolo per conto del clan Mazzei a Milano.

Prima di iniziare a porre accuse nei confronti degli altri, ha infatti ammesso la sua “partecipazione al reato associativo”, ossia alla presunta alleanza tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, “quale affiliato e collettore economico a Milano del clan Mazzei”. Ha ammesso “tutti i reati di truffa e bancarotta” commessi per “agevolare il clan”.

L’arresto di zia Grazia

Il gioco di parole può apparire scontato, ma forse sarebbe anche errato sul piano sostanziale. Arrestare Grazia Santapaola, cugina di Nitto Santapaola e moglie di Salvatore Amato, non è stato, forse, un “colpo di grazia”. Ma da questo stanno venendo fuori tante storie, tante ricostruzioni inerenti una delle famiglie mafiose più importanti dell’intera Cosa Nostra.

Grazia Santapaola, così è emerso dall’inchiesta, sarebbe stata una donna di mafia vera e propria. Non un outsider, non “una che ha lavato i piatti”, per citare la sintesi sessista di uno dei picciotti del clan intercettato. Lei sarebbe intervenuta più volte. E di fronte a un’offesa alla famiglia, si sarebbe trasformata in una tigre inferocita. A gennaio 2024 avrebbe ordinato di uccidere Carmelo Daniele Strano, un capo del gruppo della stazione di Catania, assieme ai suoi uomini. Il motivo? Erano venute fuori alcune intercettazioni in cui Strano, testualmente diceva: “Tutti questi cugini e parenti dei Santapaola…prendi i figli di Colluccio… non hanno preso niente né dal papà, né dagli zii. Sono munnizzari”. Il delitto, va precisato, non è mai avvenuto.

La donna, catturata dai carabinieri del Ros, nell’ambito di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip, non avrebbe usato mezzi termini. E avrebbe ordinato così: “Li ammazzate immediatamente”. Frasi shock riportate nell’ordinanza del gip Anna Maria Cristaldi. Va precisato che, fortunatamente, quei delitti non furono mai commessi.


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