C'è un'altra antimafia che fa i soldi | Quella che sforna fiction per la TV

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Comincia la stagione degli anniversari e delle fiction. E se fosse tutta un'impostura?

Antimafia che cerchi, fiction che trovi. E mentre la narrazione principale, quella che si recita con protagonisti in carne e ossa, che vivono la vita di tutti i giorni, si trova a mal partito per gli imprevisti colpi di maglio della sceneggiatura – il caso Maniaci, per restare al plot più recente –, l’antimafia cinematografica e televisiva sfodera l’argento di famiglia, in prossimità degli anniversari delle stragi. Adriano Giannini è l’interprete principale del film di Ricky Tognazzi, ‘Boris Giuliano, un poliziotto a Palermo’ che andrà in onda su Rai Uno il 23 maggio, nella ricorrenza di Capaci. Il 23 e il 24 maggio uscirà nei cinema ‘Era d’estate’, con Massimo Popolizio nei panni di Giovanni Falcone e Beppe Fiorello nelle vesti di Paolo Borsellino. Oggi, si celebra il sacrificio di Peppino Impastato; poteva mancare il dramma telegenico su sua madre? Senza contare l’imminente  ‘Romanzo siciliano’ in cui Fabrizio Bentivoglio tratteggia la figura di un incorruttibile carabiniere ai ferri corti con i boss. Senza dimenticare la preistoria dei film ‘a sangue caldo’ come ‘Cento giorni a Palermo’ o ‘Giovanni Falcone’, di Giuseppe Ferrara.

E qui non si vuole negare la forza evocativa, perfino poetica e pedagogica, di certi libri e di alcuni film, in un settore – la macchina sempre in moto della facile agiografia del martirio – che ha anche prodotto disgustosa paccottiglia. Né si vuole togliere un grammo di polvere d’oro agli eroi che diventarono, loro malgrado, statue, da mariti, padri e figli che erano. Ma c’è una domanda che si insinua da qualche diabolico recesso della coscienza, ed è questa: può essere che la fiction d’antimafia di carta e cinepresa abbia offerto un velo comodo all’antimafiosa scenografia di troppi che, protetti dalla retorica, hanno carpito la buonafede di tutti gli altri?

Forse, alcuni santoni dell’immacolata concezione dei puri, poi rivelatisi pataccari, e certi censori delle analisi di sangue altrui, poi manifestatisi alla stregua di saltimbanchi, hanno potuto svolgere l’impostura della propria letteratura minore, perché protetti da una letteratura maggiore di salmi e di lodi.

Forse, qualcuno ha fatto carriera perché la gente, guardando i ‘Cento passi’, si convinceva che gli autoproclamatisi antimafiosi doc fossero tutti dei Peppino Impastato in sedicesimo pronti alla morte in nome della legalità e che ogni magistrato titolare di inchieste delicatissime fosse, a sua volta, una fotocopia di ‘Giovanni e Paolo’.

Così, tra fantasticheria e realtà si è smarrito il sale della differenza, la capacità critica di distinguere, l’occhio distaccato di chi pesa circostanze e persone: l’antimafia in carne, ossa, fatti e misfatti, è diventata anch’essa una fiction, col suo immancabile protagonista, col suo volto da attore, disponibile al trionfo, col suo canovaccio pieno di buchi, scambiato per stoffa candida e intonsa.

Dalle tragedie del ’92 fino a questi giorni confusi e terribili, il passo è stato breve. Nell’apoteosi di ogni sfolgorante rappresentazione, nelle spettacolarizzazioni dei Pif, dei registi, degli amanuensi ciclici del best seller con i loro eroi solitari, tracciati in stile cowboy, anticorruzione, antisistema, antitutto, più generazioni sono rimaste abbacinate da un riflesso ghiotto e fasullo.

La contraddittoria verità di una rivolta, con le sue anime belle e i suoi cialtroni, si è trasformata in altro da sé, la prosopopea ha benedetto e falsificato ogni anfratto. Ecco perché il 23 maggio e il 19 luglio prossimi – chissà – sarebbe utile spegnere la tv e non andare al cinema. E sarebbe proficuo riempire quel tempo vuoto leggendo un libro di Sciascia a sorteggio, o rileggendo le cronache contemporanee, assai più dolorose e sincere del rimasticato show sui miti di sempre.

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