(rp) Allo Zen, lo Stato ha cento volti gentili. C’è un bravo capitano dei carabinieri, coadiuvato da un maresciallo in gamba. C’è uno splendido preside, col suo manipolo di eroici docenti. Il professore Domenico Di Fatta, al governo della scuola “Falcone”, ha la tenacia dei portatori sani di occhiali. Chi è un portatore sano di occhiali? Uno che li usa per vederci meglio. Per sgobbare sulla grafia minuta dei libri, quando è il tempo giovanile del divertimento degli altri. Per interpretare i segni aspri della realtà. Gli occhiali del preside sono accesi dagli occhi che trattengono a stento una virtuosa rabbia civica. La sua scuola è un supplizio di Sisifo. Si raggiungono risultati, al prezzo di sudate spinte con gomiti e spalle. E si ha l’impressione che tutto rotoli a valle, dalla cima della fatica e dell’impegno. Anche alcuni tra i ragazzini più bravi, tirati su da insegnanti sapienti, lasciano le aule al confine con l’ultima estate. Diventano campioncini dello spaccio, dimenticando i quaderni. L’istituto a presidio della cultura è continua vittima di raid vandalici. Il preside ne è consapevole: non si tratta di atti sporadici. Lo Zen, il padrone di casa, tira le orecchie allo Stato per rammentargli che è un occupante abusivo. L’ultimo blitz, dopo la visita degli alunni ai carabinieri.
Lo Zen, nel suo cono d’ombra, fa il suo mestire, l’antico lavorio di un contesto ad alta densità criminale che mette le premesse per perpetuarsi. Le tabelline imparate a memoria, i verbi irregolari, la storia sono un viatico di normalità. Indicano la strada che schiude la porta di un’esistenza integrata. Laggiù c’è urgenza di manovalanza mafiosa e di ricambi sul campo. Non sia mai che il piccolo pusher di oggi diventi il professore di domani. Se lo Zen è soltanto se stesso, in fondo, la città risulta purtroppo assente ingiustificata. Le periodiche distruzioni della scuola – raccontate ampiamente dai giornali – non provocano nemmeno il sollevarsi lieve di un sopracciglio. Escluso Davide Faraone – che quei luoghi li conosce bene – non si vede l’ombra di un politico. Non si registra un attestato di solidarietà. Nulla si muove. Lo Zen è considerato irrecuperabile, un territorio a sé. Quali misericordiosi e dissennati pastore andrebbero a cercare la pecorella smarrita nella bocca del lupo?
Ricominciare Palermo vuol dire essenzialmente non accettare che esistano contrade del malaffare vomitate fuori dalla cerchia della cosiddetta civiltà. E considerare la comunità un corpo unico dal centro alla periferia. Ecco una sfida da cittadini che intendono iniziare e misurarsi con la propria identità collettiva. C’è la necessità di un grande movimento di opinione e di braccia per proteggere la scuola dello Zen. Perché negli occhiali del preside il riflesso delle poesie di Leopardi riprenda il posto dello scoraggiamento.

