La morte di Vincenzo Franzitta, il dolore di Palermo

“Ciao, fratello”. Il dolore di Palermo per Vincenzo Franzitta

Vincenzo Franzitta
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Il ricordo di un uomo che ha trasformato i suoi sogni in realtà

Tutta Palermo – e non solo tutta Palermo – piange per la prematura scomparsa del professore Vincenzo Franzitta. Aveva 57 anni, ma non è solo questo che sarebbe già motivo più che sufficiente di strazio. In fondo alle lacrime, di chi lo ha conosciuto e di chi lo conosce adesso, c’è una bella faccia da ragazzo, col suo sorriso inscalfibile. Un viso destinato a una lunga felicità.

Come è stato possibile? Perché non è più con noi, in questa strada di terra, dove capita di volersi bene, sfiorarsi e riconoscersi? Dov’è, adesso, Vicè che abbiamo incontrato tanti anni fa? Il suo volto somiglia a quel ragazzo. Tempo e fatica lo avevano modellato, con la gioia di avere tessuto una esistenza piena d’amore e di impegno. Era sempre lui. Sarà sempre lui.

Palermo piange Vincenzo

Torniamo sulla storia, perché non ci va di limitarci alle prime parole necessarie, che esprimono il valore accademico, il significato umano e il carico di un affetto. Il distacco vogliamo raccontarlo due volte, nella speranza di una speranza. Le impronte digitali, sui social sono nette. Ma c’è altro.

Scrive, per esempio, Toni Sala: “Ci eravamo incrociati lungo il corridoio dell’ospedale. ‘È ritornata’, mi dicesti, e ci scambiammo un sorriso pieno di speranza. Poi quella telefonata per sentirci, in cui continuavi a trasmettere fiducia e forza. Oggi, purtroppo, apprendo la triste notizia che Vincenzo Franzitta ci ha lasciato. Se ne va un collega stimato, un uomo straordinario che ha dato tantissimo a tutti noi, ma soprattutto un papà e un marito. Con la sua scomparsa, la comunità degli ingegneri e l’intera città di Palermo si impoveriscono profondamente. Resta una grande, immensa tristezza. Buon viaggio, Vincenzo. Che la terra ti sia lieve”.

Scrive Giuseppe Riccio: “Di Vincenzo prima ancora di dire che era un uomo di scienza e di cultura (e lo era veramente) sentivi che era una persona buona a cui non potevi che voler bene”.

“Frastornati, increduli, colpiti”

Scrive Franco Piro: “Abbiamo trascorso giorni di tristezza e di ansia, da quando abbiamo saputo che al tuo male non c’era più rimedio, Vicè. Adesso che la notizia della tua morte è diventata concreta, siamo frastornati, increduli, dolorosamente colpiti. Vincenzo Franzitta, da ultimo professore ordinario di Fisica tecnica ambientale a Unipa, è stato stroncato da un male implacabile che ha tormentato gli ultimi anni della sua vita”.

“Vicè – ricorda Franco Piro – è stato uno dei picciutteddi che nei primi anni ’80 diedero un grosso contributo alla ricostruzione a alla crescita di DP a Palermo. Il legame con Vicè e il gruppetto di compagni più vicini a Mario Capanna e a Luciano Neri non si è mai allentato e ha accompagnato lo sviluppo delle nostre esistenze. Ci stringiamo con grande affetto alla sua mamma, alle sue figlie, alla moglie Claudia che con Vicè ha formato una delle coppie più belle e armoniose che io abbia mai conosciuto. Ciao, Vicè, nostro amato fratellino”.

Scrive Aurelio Angelini: “Carissimo Vincenzo, abbiamo percorso una parte delle nostre vite insieme, ed è stato un privilegio e una fortuna. Sei stato sempre all’altezza delle sfide della vita, con la tua forza, la tua intelligenza e la tua straordinaria capacità di guardare avanti. Ho avuto l’onore e la gioia di condividere con te idee, battaglie, progetti e speranze. Porterò con me il ricordo di tutto ciò che abbiamo vissuto e, soprattutto, della persona straordinaria che sei stato. Oggi mi resta un dolore profondo, difficile da esprimere a parole, e la consapevolezza che la tua assenza lascerà un vuoto enorme in tutti coloro che ti hanno voluto bene”.

“Gli anni non sono mai passati”

Vito Discrede, melino doc, studente erudito, formidabile calciatore tuttocampista del liceo ‘Meli’, negli anni Ottanta-Novanta, ricorda: “Con Vicè ci siamo conosciuti facendo politica. Il ciclostile, il volantinaggio… Le cose di allora, per chi ci credeva. Ci siamo rivisti anni, dopo. Un ragazzo affabile, col gusto della battuta. Non ci sentivamo spesso, ma la distanza, nel ritrovarsi, si era azzerata. Come se gli anni non fossero mai passati”.

Vito descrive un sentimento generazionale. Forse, di ogni generazione. Forse, soprattutto, di coloro che erano ragazze e ragazzi in quegli anni. Ogni volta che ci siamo rivisti, magari per caso, ognuno con la sua via, sembrava l’uscita da scuola, pochi minuti dopo. Abbiamo condiviso il sentimento immediato della vicinanza, della familiarità, della comunità che il viaggio non ha interrotto.

Anche se, all’epoca, la pensavamo diversamente, la differenza, con la maturità, non si risolveva mai in lontananza. Perché c’era la consapevolezza di avere davanti qualcuno che, come te, credeva di potere costruire un mondo migliore. Ma poi cosa sarebbe stata l’adolescenza degli anni Ottanta-Novanta senza la frenesia di spaccare il capello in quattro sul significato simbolico della tela di Penelope o di un canto a piacere della ‘Divina commedia’?

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Carissimo Vincenzo, la speranza nella speranza ha un senso chiarissimo: non solo la persistenza legata alla fede di ciascuno. Proprio l’idea che i nostri lineamenti, le nostre parole, i quaderni di ieri, le foto di una volta, restano. Anche se la tela si scuce, di notte, a tradimento. Abbiamo imparato a sperare, pur nello sgomento del commiato di tutti i compagni di viaggio. Restano i sogni che abbiamo sognato, provando a tradurli in vita vissuta e da vivere. Tu ci sei riuscito.

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