Il 16 dicembre 1987 il Presidente Alfonso Giordano lesse la sentenza che chiudeva in primo grado il maxiprocesso, da lui coraggiosamente presieduto. Le intuizioni investigative di Giovanni Falcone avevano trovato una prima conferma in sede processuale. Non era solo una sentenza. Era una speranza nuova: si profilava in futuro la possibile sconfitta di quella criminalità organizzata che, in Sicilia, aveva eliminato un pezzo di classe dirigente e dominava porzioni del territorio nazionale.
La campagna contro il pool
Allo stesso tempo, aveva preso avvio una vasta campagna contro il pool antimafia. Le recenti polemiche giornalistiche hanno ricordato il rapporto travagliato che settori della sinistra politica e giudiziaria ebbero con il magistrato antimafia.
La ferita più profonda venne inferta a Falcone dalla votazione del Consiglio Superiore della Magistratura del gennaio 1988, in cui si preferì un altro magistrato rispetto a lui, quale successore del Consigliere Antonino Caponnetto a capo del pool antimafia. I rappresentanti di Magistratura Democratica votarono a favore del dottor Antonino Meli, con la notevole eccezione di Giancarlo Caselli. Fu privilegiato il criterio dell’anzianità di servizio, insieme ad altre ragioni.
Il presidente Giordano parlò sull’Unità di “dogma dell’anzianità, un dogma che non era mai stato agitato come in questo periodo”. Gli attacchi violentissimi proseguirono anche alla vigilia del passaggio del magistrato all’ufficio di Procura di Palermo, dove trascorse un breve, tormentato periodo, fino alla primavera del 1991.
Le accuse di Orlando
Leoluca Orlando, simbolo della politica antimafia, accusò allora la procura palermitana di nascondere nei cassetti la verità sui delitti politici. Falcone rispose respingendo la cultura del sospetto, da lui definita l’anticamera del khomeinismo. In seguito l’ex sindaco avrebbe detto di avere avuto come obiettivo la politica giudiziaria del procuratore, il dottor Pietro Giammanco.
Il 13 marzo il magistrato lasciava Palermo ed entrava ufficialmente in carica quale Direttore generale degli affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Settori del Partito comunista videro un tradimento nel suo passaggio nel governo presieduto da Giulio Andreotti.
Non la pensava così il comunista Gerardo Chiaramonte, un grande presidente della commissione parlamentare antimafia, che con Falcone e Borsellino condivideva un approccio non ideologico nella lotta antimafia. È stato scritto, giustamente, che Falcone era prima di tutto un servitore dello Stato e nel corso del suo lavoro al ministero riuscì a fare approvare la normativa su cui si basa ancora oggi il contrasto alla criminalità organizzata.
Se vogliamo richiamare la tanto abusata espressione di ‘verità storica’, occorre aggiungere che egli poté farlo nel ministero guidato dal socialista Martelli e nel governo presieduto dal democristiano Andreotti. Un ruolo nel suo incarico al Ministero lo ebbe anche il presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Magistrati e giornali
La campagna denigratoria trovò nuova linfa nel momento in cui il magistrato esplicitò la corsa alla funzione di Superprocuratore nazionale antimafia. Alcuni colleghi avrebbero fatto arrivare alla stampa i propri dubbi sulla stessa legittimità della sua candidatura, mettendo in discussione persino il suo curriculum, mentre i grandi quotidiani che formavano l’opinione pubblica di sinistra davano spazio ad articoli che mettevano in dubbio l’autonomia del magistrato dal potere politico.
Occorre ricordare che Falcone era sì un uomo delle istituzioni ma aveva anche un concetto alto della politica e della funzione democratica dei partiti, lontano da ogni forma di populismo. Egli aveva un buon rapporto con il segretario del partito Repubblicano, che era andato a trovare poco tempo prima di morire insieme al collega Giuseppe Ayala, al quale Giorgio La Malfa aveva offerto una candidatura alla Camera.
Mentre rifletteva sulla proposta, furono decisive per Ayala le parole dette dall’amico che lo aveva accompagnato e ricordate da lui in un’intervista su Il Riformista nel 2020: “Sai quali sono le scommesse che si perdono sicuramente? Quelle che non si accettano”. Pochi sanno che era più che probabile un ingresso di Falcone come Ministro degli Interni in un nuovo governo.
Perché quelle critiche?
Come spiegare le critiche nei suoi confronti, provenienti da chi avrebbe dovuto appoggiarlo incondizionatamente?
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Una parte del mondo che si muoveva a sinistra di Falcone fece semplicemente la scelta sbagliata, basandosi su valutazioni ideologiche, senza comprendere quanto, anche grazie al lavoro dello stesso magistrato, si fosse radicato in parte della classe politica nazionale il desiderio di contrastare il predominio della Cosa nostra corleonese.
Falcone accettò la scommessa. E la vinse.




