PALERMO – Patrizia Monterosso è stata assolta con la formula “perché il fatto non sussiste”. Per Sabrina De Capitani e l’artista Omar Hassan il processo si trasferisce a Monza ma solo per una parte. Così ha deciso il giudice per le indagini preliminari Filippo Serio. Monterosso aveva scelto il rito abbreviato, e si è andati subito a sentenza, gli altri due imputati l’ordinario.
Monterosso, De Capitani e Hassan
Il Gup nel dichiararsi territorialmente incompetente, come chiesto dalla difesa, ha specificato che vanno distinti i due episodi distinti, quello della mostra all’Ars (Monterosso assolta e non luogo a procedere per l’artista) e quello di un quadro che Hassan avrebbe dato a De Capitani con la promessa di venderlo alla Fondazione Federico II. A Monza viene trasferita solo questa parte.
Erano tutti imputati per corruzione. L’inchiesta è un filone dello scandalo all’Ars e riguardava la mostra dell’artista italo-egiziano, tenuta a Palazzo Reale fra il marzo e l’ottobre 2023. Secondo la ricostruzione della procura di Palermo, sarebbero stati consegnati due quadri affinché venisse organizzato l’evento. Monterosso allora era direttore generale della Fondazione Federico II.
L’accusa era rappresentata dai pubblici ministeri Andrea Fusco e Felice De Benedittis che avevano chiesto la condanna di Monterosso a due anni e 4 mesi e il rinvio a giudizio per gli altri due imputati. Un gesto di cortesia, un dono personale, di certo non il prezzo della corruzione: così si può riassumere la replica della difesa.
I quadri sequestrati
I finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria di Palermo sequestrarono i due quadri: quello trovato a casa di De Capitani, ex portavoce del presidente dell’Ars Galvano, a Monza, vale 50 mila euro, come diceva lei stessa nelle intercettazioni. Quello sequestrato a Monterosso ne vale 8000.
Le intercettazioni
Senza l’appoggio di De Capitani, che ha lavorato anche per la Fondazione, secondo l’accusa, che non ha retto al vaglio del giudice, quella mostra non sarebbe stata organizzata. Era lei a parlare del quadro mentre era intercettata. “Con me Omar Hassan ha chiuso, ma proprio zero. A me le persone che non sono riconoscenti nella vita io non le sopporto”, diceva l’ex portavoce che avrebbe chiesto altri dipinti in regalo, di cui uno per Galvagno.
L’artista rispondeva: “Ma perché non sono stato riconoscente con te?”. De Capitani insisteva: “Che cazzo mi hai fatto? Mi hai regalato tre quadri di merda… allora sulle due luci a Uomo 6 e a Gaetano non transigo, perché sennò prendo il quadro che hai regalato a me e glielo regalo io personalmente a Gaetano”. Successivamente sarebbe stato svelato che “uomo 6” era l’ex assessore Manlio Messina.
I due nuovi regali non arrivarono mai. De Capitani, sotto processo anche nel filone principale, si sfogava contro l’artista: “Perché forse non ha capito che lui è stato lì perché ci siamo stati noi che abbiamo detto di farlo. Lui pensa che va lì perché è bravo, sì bravo, ma chi cazzo lo conosce? Cioè non è che lo conoscono in tanti… lui deve scendere un attimo… che tutto l’ufficio stampa non glielo abbiamo messo su noi? La mostra a Palazzo Reale, l’ultimo che c’è andato era Pistoletto”.
Ed ancora: “È un mio artista, è una persona sulla quale ho investito un botto di soldi… Io gli ho fatto fare la mostra a Palazzo reale, è ovvio che lui mi ha pagato con un’opera, non faccio più le cose gratis”. Da qui la convinzione dell’accusa che si sarebbe trattato del prezzo della corruzione.
Nessuna pressione per organizzare la mostra
Ipotesi sempre contrastata dalla difesa (Giovanni Rizzuti per Monterosso, Fabio Ferrara per De Capitani, Monica Genovese per Hassan) secondo cui, si trattava di un artista di caratura internazionale, con un bel curriculum e meritava di fare la mostra.
Con la sentenza del Gup, dunque, viene stabilito che Monterosso non è colpevole e non ricevette da Hassan un quadro sulla base di un accordo corruttivo. De Capitani nulla c’entra con l’organizzazione della mostra di Hassan a Palazzo dei Normanni per la quale non ci fu alcuna pressione. Saranno i giudici di Monza, invece, a valutare se la promessa di fare vendere un quadro con la città di Palermo come soggetto configuri la corruzione. La vendita alla Federico II comunque non si concretizzò.

