Continua il dibattito sul referendum sulla giustizia. Le ragioni del Sì spiegate dal professore Bartolomeo Romano, ordinario di Diritto Penale nell’Università di Palermo, già componente del CSM, vicepresidente nazionale del Comitato Cittadini per il Sì.
Il 22 e il 23 marzo abbiamo un’occasione storica: quella introdurre la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, di contrastare il correntismo nella magistratura mediante il sorteggio e di istituire l’Alta Corte disciplinare per punire eventuali errori gravi e prevaricazioni ai danni dei cittadini.
Lo dico subito e con nettezza: non è una riforma contro la magistratura. Da siciliano, sono grato a tutti i magistrati per averci aiutato – e per farlo anche oggi – a contrastare un fenomeno terribile come la mafia. Io voglio che la magistratura sia sempre autonoma e indipendente dalla politica. Ma ogni giudice e ogni pm deve potersi sentire libero all’interno del suo ordine professionale. Cioè, affrancato dalle pressioni che le correnti esercitano su qualunque aspetto della sua carriera. È interesse di tutti i cittadini, e della stessa magistratura, che torni a crescere la fiducia di noi tutti in giudici e pubblici ministeri.
Con queste premesse, la legge costituzionale sulla quale siamo chiamati a pronunziarci tutti il 22 e il 23 marzo ha, a mio modo di vedere, tre aspetti fondamentali.
Innanzitutto, separa i pubblici ministeri dai giudici. Con la riforma, il pm diviene vera parte processuale, distinta e distante dal giudice. L’avvocato viene posto sullo stesso piano del pm. Il giudice diventa realmente terzo e imparziale. E, nel processo tra parti poste sullo stesso piano, il cittadino sarà più tutelato e saranno meno probabili gli errori giudiziari.
Si tratta di una riforma che attua realmente il processo accusatorio introdotto dal Codice Vassalli del 1989 e che completa la riforma costituzionale, già in parte fatta con la modifica dell’art. 111 della Costituzione nel 1999. In tal modo, il nostro Paese si allineerà a tutte le democrazie occidentali (tra le altre: Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti). Diretta conseguenza della separazione delle carriere è la previsione di due diversi CSM, uno per i giudici ed uno per i pm, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
Il secondo punto fondamentale è rendere i magistrati, che rimarranno sempre indipendenti dal potere politico, liberi dal gioco delle correnti, che al CSM decidono sulla loro carriera, limitando la loro autonomia, come è emerso nel noto caso Palamara.
Con il sorteggio, chi è componente del CSM non dovrà più nulla a chi lo ha eletto e, reciprocamente, tutti i magistrati diventeranno uguali, a prescindere dalla loro appartenenza correntizia: e si promuoveranno i più bravi. Del resto, se un magistrato può infliggere l’ergastolo, sequestrare i patrimoni o togliere i figli ai genitori, sarà certamente in grado di decidere quale suo collega è più adatto a ricoprire un ruolo. In proposito, basti ricordare che le correnti non consentirono l’elezione di Giovanni Falcone al CSM e poi non gli diedero gli incarichi che certamente meritava.
Infine, la riforma prevede la creazione di una Alta Corte disciplinare, distinta dal CSM, in modo da garantire una giustizia disciplinare più seria e giusta. Come tutte le persone, anche i magistrati possono commettere errori gravi e prevaricazioni ai danni dei cittadini. È dunque necessario che ci sia un organismo indipendente che possa, anche a loro tutela, accertare cosa sia avvenuto e, eventualmente, stabilire chi ne sia responsabile.
Dunque, se vogliamo cambiare la nostra giustizia, della quale quasi tutti siamo scontenti, dobbiamo vincere le infondate paure che altri ci instillano, dobbiamo sconfiggere il nostro atavico pessimismo (“tanto non cambia nulla…”), e dobbiamo fare la nostra parte.
Ma non basta essere a favore del sì al referendum. Occorre andare a votare e convincere gli altri a fare lo stesso. Infatti, per questo tipo di referendum, l’art. 138 della Costituzione richiede solo che la legge, per entrare effettivamente in vigore, sia approvata dalla maggioranza dei voti validi: cioè, non è richiesto un quorum. In altri termini, è lo stesso se vanno a votare una, due, oppure cento, mille, dieci milioni di persone: non è previsto un numero minimo. Quindi, conta ogni singolo voto espresso.
Allora, se non andremo a votare sì, ci meriteremo la giustizia che abbiamo. E non ci potremo più lamentare.

