Riceviamo e pubblichiamo il testo dell’intervento dell’imprenditore palermitano Giuseppe Russello sul tema dei giovani e la Sicilia ad un evento organizzato dalla Fondazione Sicilia.
Ringrazio il Centro Studi Giuseppe La Loggia, la Fondazione Sicilia e il presidente Busetta per l’invito.
Il titolo dell’incontro è efficace perché mette insieme due modi diversi di guardare alla Sicilia: da una parte il vecchio detto “cu nesci arrinesci”, dall’altra l’idea della “restanza”.
Io non credo che si debba scegliere in modo ideologico tra le due posizioni. Partire non è sempre una sconfitta. Restare non è sempre un merito. Si può partire per studiare, per imparare, per confrontarsi con il mondo, e poi magari tornare più preparati. E si può anche restare per inerzia, per paura o per mancanza di ambizione.
Il punto, secondo me, è un altro: dobbiamo chiederci se oggi un giovane siciliano possa davvero scegliere. Se possa partire senza essere costretto a fuggire. Se possa restare senza dover rinunciare alle proprie ambizioni. Se possa tornare senza avere la sensazione di fare un passo indietro.
Molti giovani siciliani partono. Questo lo sappiamo. Ma il dato più interessante, e anche più scomodo, è che molti di loro, quando partono, riescono. Trovano lavoro, entrano in aziende importanti, diventano professionisti stimati, tecnici qualificati, ricercatori, manager, imprenditori.
Allora la domanda non è soltanto: perché vanno via? La domanda è: perché fuori dalla Sicilia riescono a esprimere meglio il loro valore? La mia risposta è abbastanza semplice: il talento era già qui. Non nasce quando un ragazzo prende un aereo o attraversa lo Stretto.
Quello che cambia è l’ambiente. Cambia il contesto in cui quel talento viene inserito. Altrove, spesso, i ragazzi trovano sistemi più organizzati, imprese più strutturate, percorsi più chiari, tempi più certi, una maggiore attenzione al merito. Trovano ambienti in cui l’ambizione non viene vista come un difetto e in cui chi vuole fare viene, almeno in parte, incoraggiato.
In Sicilia, invece, troppo spesso il talento resta isolato. Non sempre trova imprese pronte ad accoglierlo, scuole e università collegate al lavoro, pubbliche amministrazioni rapide, servizi adeguati, infrastrutture efficienti, contesti ordinati. E quando questi elementi mancano, il talento non scompare. Semplicemente si sposta dove trova condizioni migliori.
Per questo credo che il tema non sia solo il lavoro. Il tema è l’ecosistema. Il lavoro nasce dove ci sono imprese, formazione, servizi, legalità, infrastrutture, fiducia, rispetto delle regole e capacità di collaborare.
Se questi elementi funzionano, le opportunità crescono. Se non funzionano, anche le persone migliori finiscono per andarsene.
Naturalmente non possiamo negare il peso delle responsabilità pubbliche. La politica, la Regione, lo Stato, gli enti locali hanno un ruolo decisivo. Servono collegamenti migliori, tempi amministrativi certi, una pubblica amministrazione che non sia soltanto un luogo di controllo, ma anche uno strumento che consenta a chi vuole investire di farlo in tempi ragionevoli.
Però sarebbe troppo comodo fermarsi qui. Sarebbe troppo facile dire che la colpa è sempre di qualcun altro: dello Stato, di Roma, dell’insularità, della burocrazia, della storia. Tutte queste cose pesano, ma non spiegano tutto.
Una parte della responsabilità è nostra. Dei siciliani. Delle imprese, delle famiglie, delle professioni, delle università, dei comuni, della classe dirigente e anche dei comportamenti quotidiani di ciascuno di noi.
La Sicilia è una terra straordinaria, ma è anche una terra che spesso tollera troppo: l’approssimazione, il rinvio, il disordine, la scarsa cura del bene comune. Parliamo molto di diritti e poco di doveri. E qualche volta guardiamo con sospetto chi lavora molto, chi rischia, chi investe, chi prova a crescere.
C’è una frase che mi è stata detta tante volte e che, secondo me, racconta bene questo atteggiamento: “cu tu fa fari?”. Chi te lo fa fare? Chi te lo fa fare di lavorare ancora, di rischiare, di investire, di assumere persone, di complicarti la vita, di avere ambizione? È una frase che sembra quasi affettuosa, ma dentro contiene un invito a fermarsi. A non esporsi. A non provare troppo. A non disturbare la quiete.
E una comunità che scoraggia chi prova a fare qualcosa finisce per perdere proprio le energie migliori.
Non voglio generalizzare. In Sicilia ci sono lavoratori seri, professionisti eccellenti, imprenditori coraggiosi, insegnanti, medici, funzionari pubblici e giovani di grande valore.
Il problema è che troppo spesso queste persone restano casi singoli. Non diventano sistema. E quando l’eccellenza resta isolata, non basta a cambiare davvero un territorio.
C’è poi un aspetto che riguarda soprattutto la nostra generazione, quella che oggi ha ruoli di responsabilità nelle imprese, nelle istituzioni, nelle professioni, nelle università, nella società civile.
Dobbiamo dirci con franchezza: in larga parte, abbiamo fallito nel costruire un ecosistema capace di accogliere e valorizzare i talenti dei nostri ragazzi.
Abbiamo consegnato loro una terra bellissima, ma non sempre una terra capace di offrire futuro.
Negli ultimi decenni la Sicilia ha ottenuto una storica sconfitta del sistema mafioso nella sua forma più violenta e dominante. Quella sconfitta avrebbe dovuto aprire una stagione nuova. Avrebbe dovuto liberare energie, impresa, partecipazione civile, fiducia, capacità di costruire. In parte è accaduto. Ma non abbastanza.
Non siamo riusciti a trasformare quella occasione in un vero tessuto sociale ed economico capace di trattenere i giovani migliori. Abbiamo parlato molto di giovani, ma abbiamo costruito poco per i giovani. Abbiamo spesso difeso il presente più che progettare il futuro.
In questo senso dobbiamo riconoscere una responsabilità pesante: non sono i giovani ad avere tradito la Sicilia andando via. Siamo noi, almeno in parte, ad avere tradito loro, non costruendo le condizioni perché potessero restare senza rinunciare al proprio futuro.
E oggi i ragazzi non aspettano più. Sono connessi con il mondo, vedono cosa accade altrove, confrontano stipendi, servizi, possibilità di crescita, qualità della vita, ambienti di lavoro. Non basta più dire loro che la Sicilia è bella. Lo sanno. Ma sanno anche che la bellezza, da sola, non costruisce una carriera, non paga un mutuo, non finanzia un progetto, non riconosce il merito.
Per questo la restanza, se vuole essere una cosa seria, non può essere solo una parola suggestiva. Non possiamo chiedere a un giovane di restare per nostalgia o per senso di colpa. Un giovane resta se trova lavoro serio, stipendi dignitosi, imprese che crescono, formazione collegata al lavoro, istituzioni che funzionano, merito riconosciuto e prospettive credibili. Se non ci sono queste condizioni, andare via non è una colpa. È una scelta comprensibile, spesso necessaria.
A questo punto arrivo alla mia esperienza personale. Non la porto come modello, né come celebrazione. La porto solo come testimonianza. Io sono un imprenditore siciliano. Abbiamo costruito la nostra azienda partendo da qui, con tutte le difficoltà che conosciamo. Oggi guido una società quotata in Borsa, che lavora con grandi gruppi internazionali, che ha stabilimenti anche fuori dall’Italia, che assume persone, forma competenze, paga stipendi e genera ricchezza. E quella ricchezza non resta chiusa dentro l’azienda.
Gli stipendi diventano consumi, affitti, mutui, servizi, istruzione per i figli, economia locale. Diventano lavoro per fornitori, professionisti, commercianti, altre imprese. Questo, per me, è il senso più concreto dell’impresa: non solo produrre utili, ma generare benessere attorno a sé.
La mia esperienza dimostra che anche in Sicilia si può costruire. Si può fare industria, si può competere con il mondo, si possono assumere giovani, formare competenze, creare lavoro qualificato. Ma proprio perché si può fare, diventa ancora più grave accettare l’idea che tutto debba restare com’è. Se ciascuno facesse meglio la propria parte – l’imprenditore, il medico, il professore, l’impiegato pubblico, l’amministratore, il cittadino – probabilmente avremmo un ecosistema diverso. Più ordinato, più serio, più produttivo, più capace di offrire opportunità.
La domanda finale, quindi, non è se i giovani debbano partire o restare. La domanda è che Sicilia vogliamo costruire. Una Sicilia dalla quale si parte perché non c’è alternativa, o una Sicilia dalla quale si può partire per scelta, sapendo di poter tornare? Una Sicilia in cui restare significa accontentarsi, o una Sicilia in cui restare può essere una scelta ambiziosa?
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Io credo che la sfida sia questa: non trattenere i giovani con la nostalgia, ma con le opportunità. Non dire loro soltanto che la Sicilia è bella, ma dimostrare che può essere anche efficiente, seria, produttiva e capace di riconoscere il merito.
E allora, alla domanda “cu tu fa fari?”, dovremmo imparare a rispondere con orgoglio: Me lo fa fare il dovere. Me lo fa fare l’ambizione. Me lo fa fare il rispetto per il lavoro. Me lo fa fare l’amore per questa terra. Me lo fa fare la convinzione che il futuro non si aspetta. Si Costruisce.




