"Il digiuno intermittente non è efficace", lo dice la scienza

“Il digiuno intermittente non è efficace”, lo dice la scienza

Una revisione internazionale ridimensiona l'intermittent fasting

Una revisione scientifica internazionale, pubblicata sulla rivista “New Scientist”, mette in discussione l’efficacia del digiuno intermittente nella perdita di peso. Secondo l’analisi, tale regime alimentare non sarebbe più efficace rispetto alle diete tradizionali e al non adottare alcun intervento specifico nei soggetti in sovrappeso o obesi.

Per valutare l’impatto reale del digiuno intermittente, Luis Garegnani dell’Ospedale Italiano di Buenos Aires, in Argentina, insieme al suo team, ha esaminato 22 studi clinici randomizzati e controllati, per un totale di circa 2.000 adulti provenienti da Nord America, Europa, Cina, Australia e Sud America. I partecipanti, di età compresa tra i 18 e gli 80 anni, presentavano condizioni di sovrappeso o obesità.

Digiuno intermittente non è efficace per i ricercatori

Nel confronto tra digiuno intermittente e raccomandazioni dietetiche tradizionali, i ricercatori non hanno riscontrato differenze rilevanti nella riduzione del peso corporeo. Un’ulteriore comparazione con l’assenza di interventi strutturati ha portato a conclusioni analoghe.

Il metodo non determinerebbe un dimagrimento maggiore. “Il digiuno intermittente non sembra funzionare per gli adulti sovrappeso o obesi che cercano di perdere peso”, ha affermato Garegnani in un comunicato stampa.

“Non è una soluzione miracolosa”

Gli autori segnalano comunque alcune eterogeneità tra gli studi analizzati, che rendono complessa un’interpretazione definitiva dei dati. Anche suddividendo i risultati per genere o per tipologia di protocollo adottato, non emergerebbe un beneficio significativo in termini di calo ponderale.

L’indagine si è focalizzata esclusivamente sulla perdita di peso e non consente quindi di chiarire eventuali effetti collaterali o benefici aggiuntivi del digiuno intermittente. Alcune ricerche ipotizzano un possibile incremento del rischio cardiovascolare, mentre altre suggeriscono un potenziamento del sistema immunitario e un miglioramento delle funzioni intestinali ed epatiche.

“Il digiuno intermittente non è una soluzione miracolosa”, afferma Garegnani, sottolineando che potrebbe rappresentare “un’opzione utile per alcuni individui, ma non dovrebbe distogliere l’attenzione da strategie più ampie, a livello di popolazione, per prevenire e gestire l’obesità”.

Cos’è il digiuno intermittente

Il digiuno intermittente è un modello alimentare che alterna fasi di astensione dal cibo a momenti della giornata o della settimana in cui è consentito alimentarsi. A differenza delle diete tradizionali, non si concentra tanto sulla scelta degli alimenti quanto sulla distribuzione temporale dei pasti, regolando quindi il “quando” si mangia più che il “cosa”.

Tra le formule più conosciute rientra il cosiddetto schema 16:8, che prevede sedici ore consecutive di digiuno seguite da una finestra di otto ore in cui concentrare i pasti. Un’altra modalità diffusa è la 5:2, che consente un’alimentazione regolare per cinque giorni a settimana e limita in modo significativo l’apporto calorico negli altri due. Esistono poi varianti basate sulla cosiddetta “time-restricted eating”, con finestre temporali più o meno ampie, come 14:10 o 18:6.

Il principio su cui si fonda questo approccio è che restringere il tempo disponibile per mangiare possa ridurre spontaneamente le calorie complessive introdotte nell’arco della giornata o della settimana. Secondo alcuni sostenitori, il digiuno intermittente potrebbe anche incidere su determinati meccanismi metabolici, come la sensibilità all’insulina o alcuni processi cellulari legati alla regolazione energetica.
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