Palermo, il boss dell'Acquasanta: "La droga è schifiaria"

La droga è ‘schifiaria’. ll boss disse: “Vedi di finirla perché io ammazzo”

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I rapporti fra vecchi mafiosi dell'Acquasanta e di Borgo Vecchio

PALERMO – Il vecchio boss non voleva che nel suo territorio si spacciasse. Per Raffaele Galatolo la droga era era “schifiaria”.

Quando è rientrato a Palermo, in permesso premio nonostante la condanna all’ergastolo, si è reso conto che la zona di via Montalbo era diventata una delle principali piazze di spaccio della città.

Il boss dell’Acquasanta e l’uomo di Borgo Vecchio

C’è un rapporto su cui i finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria hanno acceso i riflettori investigativi. Il boss dell’Acquasanta si incontrava con Michele Siragusa, 82 anni, condannato per la sua appartenenza alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, mandamento di Porta Nuova” dagli anni ’80 fino al 2008. Siragusa era saltato fuori anche nell’inchiesta sul mandamento mafioso di Resuttana, di cui la famiglia dell’Acquasanta fa parte.

Nel novembre 2020 il boss Sergio Giannusa gli fece sapere che un amico, il notaio Sergio Tripodo, non riusciva ad entrare in possesso di quattro immobili comprati in via Alaimo da Lentini, nella zona di via Montalbo. Gli inquilini facevano ostruzionismo, nonostante fosse stato emesso un provvedimento di sfratto.

Il divieto di spacciare

Secondo i pm di Palermo, Siragusa aveva chiesto l’autorizzazione a spacciare in via Montalbo. Il no di Galatolo era stato secco. E così Sirgcusa a maggio 2022 gli manifestava la sua delusione: “… lo vedi tu a me mi dicesti… da quella punta a quella punta stanno lavorando chiunque”. Altri, dunque, spacciavano in via Montalbo.

Siragusa cercava di convincere Galatolo: “… me la prendo io la responsabilità, me la sbrigo io turutup turutap poi ci dobbiamo parlare 10 minuti”. Niente da fare. Galatolo ribadì il diniego e spiegò le ragioni al suo braccio destro, Benedetto Marciante: “… ti dico io gli potrei dire fai tu ma la coscienza mia in queste cose non mi apporta il cuore… ora lo lascio in tredici”.

Le lamentele di Siragusa riguardavano gli affari di un’altra famiglia, i Barbera. Anche a loro bisognava impedire di lavorar con la droga. L’incarico di fermarli fu affidato a Marciante perché, diceva Galatolo, “se a me mi intercettano… buttano la chiave”.

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“Vedi di finirla… io ammazzto”

Stesso divieto venne imposto da Galatolo al nipote Angelo (con cui era arrivato ai ferri corti ndr) che, a detta di Marciante, aveva autorizzato una piazza di spaccio. “Ci siamo noi altri qua – avrebbe detto se dovete girare con questa cosa qua mi dovete dare qualche cosa a me.. a domandare 50 euro a quello, 50 euro a quello”.

Lo zio diede l’ordine: “Vedi di finirla con questa schifieria… ma no che mi imposto come si impostava Giovanni Ferrante (ex capomafia che ha scelto di collaborare con la giustizia ndr) che era un cornuto… io mi imposto che ammazzo… quello che si è fatto pentito.. io mi imposto che scippò le teste”.


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