Ecco la commissione di Cosa nostra |"S" rivela: torna la Cupola

Ecco la commissione di Cosa nostra |”S” rivela: torna la Cupola

L'organismo che riunisce tutti i boss sarebbe tornato a riunirsi, da qualche parte in Sicilia e non molto tempo fa, per iniziativa del mandamento palermitano di Porta Nuova. CLICCA QUI PER COMPRARE LA RIVISTA

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PALERMO – Una nuova commissione interprovinciale. Come ai tempi di Totò Riina. La Cupola sarebbe tornata a riunirsi, da qualche parte in Sicilia e non molto tempo fa, per iniziativa dei boss del mandamento palermitano di Porta Nuova. Lo rivela un servizio di Riccardo Lo Verso sul nuovo numero di “S”, che dedica la copertina all’ipotesi investigativa su cui sta lavorando la Dia per scoprire i segreti della nuova Cosa nostra: l’ipotesi, clamorosa, aprirebbe nuovi scenari nell’organizzazione di Cosa nostra, che non riunisce la commissione regionale dagli anni Novanta.

La commissione non si riunisce dall’arresto del capo indiscusso, quel Totò Riina che, da allora, non ha mai smesso di essere il numero uno dell’organizzazione. Non si svestono mai i gradi del capo. Solo la morte può cambiare le cose. A riunire una commissione, per altro provinciale, c’avevano provato i boss di Palermo e provincia che nel 2008 volevano rifondare Cosa nostra. Sappiamo come è andata a finire. I carabinieri arrestarono un centinaio di persone nel corso del blitz Perseo. E sappiamo pure che ci furono malumori. Qualcuno – Gaetano Lo Presti, di Porta Nuova – alzò la mano per dire che “senza l’autorizzazione dal carcere non si poteva andare da nessuna parte”. Ci voleva, dunque, il via libera di Riina. E ad un certo punto Lo Prestò si vantò con altri boss di avere l’appoggio di uno dei figli di Totò, Giuseppe Salvatore, salvo poi essere smentito da un altro boss, Nino Spera, il quale sosteneva che Riina jr, sottoposto a sorveglianza, “era fuori da tutto” e per volere della madre “non doveva impicciarsi”. Tanino Lo Presti si sarebbe ucciso in carcere, forse per il peso di quelle sue parole, rimaste impresse nei nastri magnetici, che tiravano in ballo il giovane Riina.

Un altro tentativo di far sedere i capi di Palermo e provincia attorno allo stesso tavolo se l’era intestato Giulio Caporrimo, boss di San Lorenzo, che nel 2011 convocò un summit in grande stile a Villa Pensabene, prima di finire di nuovo in carcere, dopo avere finito di scontare una lunga condanna. Di recente i boss avrebbero alzato l’asticella, puntando alla convocazione di una commissione interprovinciale, aprendo un confronto tra Palermo e Catania. Gli investigatori della Direzione investigativa antimafia lo hanno messo per iscritto nell’ultima relazione inviata al Parlamento, sottolineando “i tentativi di alcuni esponenti dei maggiori clan di Catania di accreditarsi – con fughe in avanti – presso i responsabili dei mandamenti palermitani più rappresentativi, quali nuovi referenti di Cosa nostra catanese”. Nel frattempo nel Catanese si sarebbero attrezzati “con il sistematico rinvenimento nella città etnea, ma anche nel resto della Sicilia orientale, di arsenali di armi”.

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