“Se fossero arrivati dieci ore prima io non avrei perso un braccio e una gamba”. C’è tutta la disperazione di un sopravvissuto della tragedia dell’Hotel Rigopiano nelle parole di Giampaolo Matrone, rimasto sepolto sotto le macerie dell’albergo, con la moglie morta accanto. Oggi, rimasto senza lavoro, vedovo e con una figlia piccola da accudire, cerca giustizia e nelle lungaggini dei processi italiani, va a cercarla dove gli sembra più facile trovarla. Alla Prefettura di Pescara, dove lavora la donna che, stando alle indagini, ricevuta la telefonata di allarma dall’hotel avrebbe tardato a mandare i soccorsi, dando priorità a qualcos’altro.
“Lei è la signora che ha risposto al telefono. E che non ha dato subito l’allarme. E ha detto che aveva cose più importanti da seguire. Ed ecco la mia situazione. Ho una mano fuori uso. Lei sta continuando a lavorare qui. A prendere lo stipendio. Io invece ho una figlia e per colpa sua non lavoro più”, la incalza Matrone durante il “blitz” nella sua stanza, accompagnato da un amico con la telecamera.
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La funzionaria ha provato a dire qualcosa, Ma di fronte all’incalzare delle accuse di Matrone la donna è corsa via piangendo. “Non sono venuto con la pistola. Volevo solo che mi allacciasse le scarpe. Non posso farlo più”.

