Parigi, gennaio 1960, Place Denfert-Rocherau, Bistrot Balto. “Avevamo fatto baruffa, lui e io, una baruffa è niente – quand’anche succedesse di non rivedersi mai – semplicemente un modo diverso di vivere insieme e senza perdersi di vista nel mondo angusto che ci è dato. Ciò non mi impediva di pensare a lui, di sentire il suo sguardo sulla pagina del libro, sul giornale che leggeva e di domandarmi: Lui che ne dice? Cosa ne dice in questo momento? … Il suo umanesimo ostinato, rigoroso e puro, austero e sensuale, ingaggiava una battaglia dolorosa con gli eventi massicci e difformi di questo tempo”
Così Jean-Michel Guenassia ne “Il club degli incorreggibili ottimisti” descrive il commiato di Sartre a Camus, suo illustre contraddittore in una polemica aspra, intensa, forte, che all’epoca ha appassionato intellettuali dalle insospettabili doti di partigianeria. L’ultimo commosso saluto affidato a poche parole vergate di getto, con una scrittura quasi isterica, il pubblico riconoscimento tributato alla decisiva influenza dell’altrui pensiero sulle proprie idee. Sullo sfondo, un retrobottega animato dai confronti intensi, a volte drammatici, sempre genuini e destinati a concludersi con un brindisi pacificatore ed una stretta di mano tra profughi dei paesi dell’est fuggiti dall’Unione Sovietica, levatrice ingrata di sogni infranti, della speranza di un mondo migliore, tutti accompagnati dall’ignominia di un’accusa di tradimento. Sfuma l’immagine di quel grigio bistrot avvolto in una nuvola di fumo di sigaretta incapace di attenuare rabbia, delusione, dolore ma anche rispetto ed amicizia, quella vera, e sulle note di una canzone di Trenet il pensiero corre avanti nel tempo.
Palermo, Liceo Ginnasio Giovanni Meli, Terza B, inverno 1994. Anche qui il grigio è il colore dominante, aule spoglie, fredde, la prima Repubblica messa alla porta e un manipolo di ragazzi scaldati dai primi tiepidi bagliori del bipolarismo posti dinanzi ad una scelta: destra o sinistra. Fascisti o comunisti, così venivano attaccati dagli avversari; discussioni, confronti, voglia di diventare adulti nel timido, e forse patetico, tentativo di imitare i propri genitori, di discutere come facevano loro, i “grandi”, allora rispettati e temuti custodi delle risposte a tutte le loro domande. Come per Marai ne “Le Braci”, erano “uomini splendidi, benché di natura un po’ schiva, poco portati a vivere in armonia col mondo, orgogliosi; però credevano in qualcosa: nell’ordine, nelle virtù virili, nel silenzio, nella solitudine, nella parola data, e anche nelle donne”.
E, invece, fu una donna minuta, una professoressa di filosofia dal passo malfermo, dall’improbabile cappotto e dalla voce resa roca dalla immancabile sigaretta a fornire loro la chiave di lettura di un mondo che, allora, tanto faceva paura, rispetto al quale percepivano un senso di inadeguatezza e che, inesorabilmente, li attendeva. Erano tempi di confronto, di confronto vero, non di semplice adesione a tesi preconcette da asseverare con un “mi piace” o con un voto su un blog strepitante, quando una mattina di inverno profeticamente soleggiata, quella professoressa parlò loro di Hegel ed il suono di due parole che da lì in poi avrebbe ripetuto fino alla noia, sintesi e superamento, li destò dal quasi familiare torpore che era solito accompagnarli durante la lezione.
Il concetto di dialettica divenne la chiave di lettura che, negli anni a seguire, gli avrebbe permesso di comprendere la realtà e, attraverso essa, di conoscere meglio se stessi. Quella donna minuta ha donato loro una lezione di vita, non di filosofia: ha permesso ai quei tredici alunni di crescere propensi al dialogo, al confronto tra ciò che appare irriducibilmente in antitesi, ha insegnato loro a cogliere l’aspetto positivo in ogni forma di contrapposizione, ad unificare il molteplice, conciliare le opposizioni, andare oltre, per arricchirsi ed arricchire gli altri. Quelle parole suonarono come una tregua inaspettata agli schieramenti ostili che fino ad allora si fronteggiavano inutilmente sul campo di battaglia, furono un invito a deporre le armi dell’ideologia per cercare il conforto nelle proprie idee rese ancor più forti e solide dal confronto con quelle altrui.
Cominciarono ad avvicinarsi l’uno l’altro, cercarono il confronto tra le rispettive concezioni della vita, sentirono l’esigenza di fare passi avanti, di lasciarsi alle spalle le corazze delle proprie certezze per viaggiare più leggeri e spediti verso una maggiore conoscenza e consapevolezza. Quel giorno diventarono grandi perché capirono l’importanza del confronto, quando ancora onore ed ardore non facevano rima con livore e rancore

