Le ragioni del No nell’analisi di Pippo Russo.
Quando studiavo Procedura Penale a Giurisprudenza vigeva ancora il sistema inquisitorio, aggettivo già di suo poco rassicurante. Il giudice istruttore era insieme investigatore segreto, raccoglitore di prove a verbale e – nella prima fase – giudice.
Nel 1989 è arrivato il sistema accusatorio. Finalmente chi indaga (e dovrebbe cercare anche le prove a discarico) non è la stessa persona che poi giudica. In astratto, la separazione netta delle carriere tra giudici e pm non mi spaventerebbe, al contrario. Eppure, al referendum voterò convintamente NO.
Non perché consideri la separazione un tabù, ma perché questa riforma è mal congegnata, introduce meccanismi rischiosi e arriva da un governo e da una maggioranza di cui non mi fido.
La separazione delle carriere, nei fatti, c’è da anni: percorsi formativi distinti, passaggio da pm a giudice (e viceversa) reso quasi impraticabile da vincoli stringenti. Il vero dramma della giustizia italiana sta altrove: carichi di lavoro insostenibili, organici carenti, ritardi cronici, digitalizzazione a rilento, abuso sistematico della custodia cautelare, leggi processuali farraginose.
Su questi nodi la politica tace da decenni. Invece di affrontarli con interventi concreti si sceglie di stravolgere la Costituzione con una riforma che rischia di peggiorare le cose. Una riforma che, considerato il livello di scontro raggiunto tra politica e magistratura, fin dai tempi di Silvio Berlusconi, sembra suggerita da voglie di rivalsa.
Il cuore del problema sono i due CSM separati e il sorteggio puro per due terzi dei componenti togati in ciascuno. Si abbandona l’elezione tra colleghi – certo imperfetta a causa delle correnti ma almeno rappresentativa – per affidarsi al caso. Niente merito, niente autorevolezza, niente responsabilità collettiva: un’estrazione a sorte tra migliaia di magistrati con i requisiti minimi. Può finire nei CSM chiunque, dal più preparato al più mediocre. È una roulette che depotenzia l’organo di autogoverno e lo rende meno credibile sia dentro la magistratura sia fuori.
Ai membri laici, invece, il Parlamento prepara una lista ristretta e poi si sorteggia. Ai togati il sorteggio cieco, alla politica il potere di filtrare e orientare. Disparità macroscopica che indebolisce la componente giudiziaria e spalanca la porta a influenze esterne. Le correnti? Non spariranno, troveranno il modo di organizzarsi prima del sorteggio e soprattutto dopo.
La goccia, comunque, che fa traboccare il vaso è la sfiducia in questo esecutivo. A gennaio 2026 Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, ha dichiarato apertamente che bisognerebbe “aprire un dibattito” sull’opportunità di togliere ai pm il controllo della polizia giudiziaria. Tradotto: rendere il pm un accusatore senza gambe investigative autonome. Devastante. È l’ammissione esplicita che l’obiettivo non è una giustizia più indipendente, ma un’accusa più debole e controllabile dall’esecutivo perché la pg (polizia giudiziaria) a quel punto risponderebbe esclusivamente ai ministeri di riferimento (Interno/Polizia di Stato, Difesa/Carabinieri, Economia/Guardia di Finanza).
Una gran confusione sarà la conseguenza meno grave. Questa non è una riforma garantista, è il primo passo per spostare gli equilibri a favore della maggioranza politica, qualunque essa sia. Prima si separano le carriere, poi si “libera” la polizia giudiziaria, infine si depotenzia il pm. Fidarsi di chi ragiona così sarebbe ingenuo. Non basta ripetere che “sulla carta” il pm resta autonomo e indipendente e che rimane l’obbligatorietà dell’azione penale. Dalle premesse, purtroppo, si intravedono scenari di ulteriori stravolgimenti.
Voterò NO, quindi, non per ragioni ideologiche ma per difendere l’equilibrio costituzionale, l’indipendenza reale della giurisdizione e il principio che l’accusa non può diventare un’appendice del governo. Il sorteggio è un azzardo irresponsabile, le parole di Tajani una minaccia concreta. I problemi della giustizia sono altri, ne abbiamo elencato alcuni, più urgenti e risolvibili con riforme serie, non stravolgendo la Costituzione per pregiudizi, vendette e convenienze di parte.

