Più di ogni altro frammento di fango, è l’istantanea a bruciare gli occhi. Un minuto dopo il salvataggio di Catalano, piovono gli abbracci e i baci. I secondi soprattutto. Il bacio ha una rilevanza non secondaria nella storia politica illustrata della Sicilia. Esprime condiscendenza, appartenenza, sudditanza. Stavolta è una porta a suggello della diversità, come per il re di Belli affacciato al balcone: “Io so io e voi nun siete un cazzo”. E’ una bandiera. Segna il confine tra coloro che tutto possono e i disgraziati che possono, sì, ma appena sperare nella benevolenza degli dei corrucciati.
Ogni tanto, gli onorevoli calano in mezzo a noi con numinosa tenerezza. E se ti baciano sulla guancia, lo fanno con degnazione per aspirarti il voto (ché dell’anima non gliene frega iente). Tolgono i paramenti sacri. Stringono mani, sorridono. Poi ripartono, per una qualche destinazione siderale, lasciando il dubbio amletico: veramente gli interessava di me? I baci e gli abbracci di ieri sono una risposta. Di più, una chiusura ermetica. Stabiliscono una trincea, oltre la quale c’è la colleganza del privilegio a dispetto delle maschere di inimicizia che talvolta è necessario indossare per fingere il gran gioco della democrazia parlamentare.
Ovunque il cittadino inerme si rechi, nei palazzi che contano, assisterà, attonito, a scene di imbarazzante e collusivo cameratismo tra soggetti che un minuto prima davano l’impressione di sbranarsi. Il gusto del potere si basa su una consonanza condivisa che esclude tutti gli altri. E’ il sollievo della protezione reciproca. E’ l’autentico sentimento del tempo. Ieri il re di Giuseppe Gioacchino Belli, oggi i baci. E noi restiamo niente.
