Il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha usato parole misurate, ma esplicite sull’atrocità dei cristiani gettati in mare dai musulmani, durante una traversata della speranza: “E’ un fatto davvero terribile quello che è accaduto nel Canale di Sicilia. Certo, se quello che emerge dalle prime indagini e dai racconti dei superstiti dovesse essere accertato, tutto questo getterebbe una luce nuova, particolare, sulla pericolosità di certi arrivi. Non fosse altro perché è la prima volta che questo succede. Non abbiamo alcun elemento, allo stato, che possa farci ritenere che tra i profughi possano infiltrarsi elementi delle organizzazioni terroristiche”.
Il procuratore segue, come è ovvio, la cautela delle indagini. Devono esserci elementi concreti, prima di parlare di terroristi col marchio dell’orrore. Però il dato dell’allarme non sfugge. Né sfugge: “La luce nuova e particolare sulla pericolosità di certi arrivi”. Basta mettere insieme le circostanze note per avere contezza della situazione, della Jihad che viaggia sui barconi della disperazione, mischiata alle macerie biografiche degli innocenti.
Certi arrivi sono ‘pericolosi’, proprio perché, sul nostro mare, navigano insieme coloro che cercano una vita diversa e coloro che hanno la barbarie inscritta in ogni gesto. In questo cocktail rischiosissimo si rintraccia il senso di ciò che è esploso tra musulmani e cristiani – l’evento di sangue a cui Lo Voi si riferisce – su quell’imbarcazione ormai tristemente famosa, con i secondi fatti fuori dai primi in virtù della loro religione.
Ci sono barbari mescolati all’innocenza, diretti verso le nostre coste, verso il centro di ciò che più fomenta la loro rabbia. E non conoscono pietà. Lo ha detto un procuratore della Repubblica da una zona ormai di trincea. Almeno, non sarà accusato di razzismo.

