Cinquant’anni dopo, la “strage dei picciriddi” continua a essere una pagina che Catania non può né vuole archiviare. Il 7 luglio 1976 quattro bambini furono travolti dalla ferocia dei clan, vittime innocenti di una guerra che non li riguardava e che pure li ha colpiti al cuore.
Da allora quel giorno è diventato il simbolo di una città costretta a guardare in faccia la propria ombra: la violenza mafiosa che non risparmia nessuno, nemmeno i più piccoli. La criminalità catanese, negli anni, ha cambiato pelle ma non sostanza.
I dati più recenti mostrano una pressione dei clan ancora forte, soprattutto nelle periferie dove la presenza delle armi è un elemento strutturale del controllo territoriale. Non stupisce che il presidente della commissione regionale antimafia, Antonello Cracolici, abbia denunciato una “circolazione di armi impressionante, che rende la violenza un rischio quotidiano e abbassa pericolosamente l’età di chi spara”.
È un allarme che non riguarda solo la sicurezza, ma la tenuta sociale di un’intera comunità.
Preziose anche le parole del vescovo di Catania, mons. Luigi Renna, il quale di recente ha ricordato che “la memoria dei piccoli innocenti ci chiede di costruire una città dove nessuno sia lasciato solo”. Una frase che non è retorica, ma un invito a trasformare il dolore in responsabilità.
Questa responsabilità si è tradotta anche in un gesto simbolico e potente: l’inaugurazione del murales dedicato ai tre bambini proprio nel quartiere dove il boss Nitto Santapaola — mandante morale di quella strage e vergogna della città — esercitava il suo potere criminale. Il murales è stato realizzato alla Città dei Ragazzi, un luogo che parla di rinascita, di possibilità, di futuro.
Collocarlo lì significa ribaltare la geografia del terrore: portare la memoria dove la mafia voleva solo silenzio, portare colore dove c’era solo paura, portare vita dove qualcuno ha seminato morte. Dentro questa storia di dolore, Catania ha saputo costruire anticorpi.
Le scuole — presidio fragile ma decisivo — continuano a essere il primo luogo dove si impara che la violenza non è destino. La Chiesa, con le sue parrocchie di frontiera, tiene aperte porte che altrimenti resterebbero chiuse. Le associazioni che lavorano nelle periferie sono un argine quotidiano contro la cultura dell’abbandono.
Le Scuole della Pace della Comunità di Sant’Egidio mostrano che educare è un atto politico nel senso più alto: significa credere che ogni bambino può diventare un adulto libero, non arruolato, non sedotto dalla violenza.
Cinquant’anni dopo, la strage dei picciriddi ci chiede di guardare avanti senza dimenticare. Di capire che la mafia non è un destino, ma una scelta — e che ogni giorno, nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri di quartiere, qualcuno sceglie il contrario. La speranza non è un sentimento ingenuo: è un lavoro. E la Sicilia, nonostante tutto, continua a farlo.

