CATANIA – Arriva il carcere per cinque esponenti del gruppo di trafficanti di droga capeggiato da Alessandro Bonaccorsi, tra cui la moglie Bruna Strano del boss dei Cappello Carateddi. I carabinieri, nella notte, hanno eseguito cinque ordini di carcerazione emessi dall’ufficio esecuzione del Tribunale di Catania dopo la conferma della Cassazione della sentenza di condanna in appello nei confronti degli imputati che hanno affrontato il processo a piede libero o ristretto ai domicialiari. Finiscono in cella, oltre alla donna, Antonino Concetto Bovegna, Marco Strano, Giovanni Musumeci e Maurizio Bonsignore. Il difensore della Strano, l’avvocato Giuseppe Rapisarda, aveva presentato istanza di sospensione dell’esecutività in carcere della condanna in quanto la sua assistita – già ai domicialiari – è “madre con bambini sotto i dieci anni”. Ma la Procura non ha accolto l’istanza dell’avvocato, che aveva chiesto una sospensione per motivi di salute per Musumeci. Per il legale le condizioni di salute del suo assistito sono “incompatibili con la detenzione carceraria”. Anche in questo caso però c’è stato il rigetto dell’autorità giudiziaria.
La Cassazione ha, dunque, rigettato i ricorsi presentati dai difensori e confermato le condanne in appello nei confronti degli imputati. La Corte d’Appello aveva inflitto una condanna a 20 anni per Alessandro Bonaccorsi e Giovanni Musumeci, 8 anni e 8 mesi per la moglie di Bonaccorsi, Bruna Strano, 14 anni per Salvatore Bonvegna, 7 anni e 4 mesi per Maurizio Bonsignore, 10 anni e 5 mesi per Salvatore Bracciolano, 13 anni di carcere per Paolo Ferrara, 8 anni e 4 mesi per Marco Rapisarda, 9 anni e sei mesi per Scrivano Robertino e 7 anni e 4 mesi per Marco Strano, 8 anni e 8 mesi Concetto Bonvegna.
L’INCHIESTA – Furono arrestati in 20 a luglio del 2012. La Squadra Mobile diretta da Antonio Salvago aveva ricostruito l’intera rete organizzativa che era stata creata da Alessandro Bonaccorsi al fine di gestire le fiorenti piazze di spaccio di San Cristoforo, da anni in mano al clan Cappello – Carateddi. L’indagine si sviluppò dal filone Revenge; la polizia con il coordinamento della Dda di Catania, ha monitorato i movimenti della cosca che si stava riassestando dopo che i vertici, tra cui il capo Sebastiano Lo Giudice, erano finiti in carcere. Un momento di destabilizzazione di cui voleva approfittare, forse, il clan Santapaola che iniziò a interessarsi alle piazze di spaccio dei Carateddi. Uno scossone che non durò molto: nel 2010 tra le due famiglie fu trovata un’intesa e fu ristabilito l’equilibrio. Con Sebastiano Lo Giudice e i vertici in carcere, i Carateddi si erano trovati senza capo.
Alessandro Bonaccorsi tentò allora la strada dei domiciliari per tornare a gestire il fiorente traffico di droga. Un caso quello del detenuto affetto da pancreatite per una ferita da arma da fuoco su cui ha acceso i riflettori anche la stampa locale: negli atti del processo infatti finiscono due articoli datati 19 giugno 2010 e 26 giugno 2010 che gridavano allo scandalo per il mancato accoglimento della misura alternativa alla reclusione. “Una campagna di stampa” – così la chiamò il pm nella sua requisitoria del processo di primo grado – a cui si sarebbe aggiunta anche “il favore di un medico”.
La moglie, che secondo gli inquirenti, avrebbe contattato la dirigente del Vittorio Emanuele Maria Costanzo (deceduta) per poter “falsificare” le perizie e, dunque, documentare che lo stato di salute del marito non era più compatibile con la detenzione in carcere. Il piano era stato preparato, ma poi fallì. (L’INTERCETTAZIONE).
Ai vertici del gruppo di trafficanti anche Giovanni Musumeci transitato nei Caratteddi tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010. Faceva parte del gruppo Santapaoliano di Turi Amato. Musumeci ritenuto uno dei killer dell’omicidio Tucci, (delitto di cui è accusato nel processo Revenge 3) secondo l’accusa, avrebbe gestito le piazze di spaccio di Lo Giudice. Anche Marco Rapisarda sarebbe di recente affiliazione al Clan. Stesso ruolo per Salvatore Bonvegna (detto Turi Do Locu) e Paolo Ferrara. Di quest’ultimo non era contento Orazio Finocchiaro: in una lettera indirizzata alla madre ma letta a casa di Giovanni Musumeci, dove erano installate le cimici, il boss evidenzia la sua insoddisfazione sulla gestione delle piazze di spaccio, quindi ordinava di sostituirlo con un altra persona.
L’aspetto “interessante” di questa inchiesta è il ruolo delle donne all’interno dell’organizzazione. Donne sempre più manager del gruppo criminale, che facendo da cerniera tra il carcere e l’esterno, dietro le direttive dei mariti e dei parenti assumevano il controllo organizzativo e soprattutto contabile degli affari. Nel corso delle indagini la Squadra Mobile al termine di una perquisizione a casa di Alessandro Bonaccorsi e della moglie Bruna Strano sequestrarono 120 preziosi tra orologi e gioielli e quasi 400 mila euro in contanti nascosti in un cassetto creato ad arte e mimetizzato in una credenza (IL TESORO DEL BOSS). I preziosi sono stati restituiti dopo la decisione della Corte d’Appello di revocare la confisca.


