Il boss stragista Lorenzo Tinnirello non merita il permesso premio di sei ore. Lo ha stabilito la Cassazione, dando definitivamente torto al magistrato di sorveglianza. Era stata la Procura di Milano a bloccare il provvedimento nei mesi scorsi.
Tinnirello non ha mai collaborato con la giustizia. Ciò non preclude la concessione del permesso, ma serve altro. Fedelissimo dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, Tinnirello fu tra gli esecutori delle stragi del 1992. Faceva parte del gruppo di uomini scelti per preparare l’esplosivo. Per questo motivo sta scontando l’ergastolo nel carcere di Opera a Milano.
Da tempo Tinnirello intrattiene una corrispondenza con alcuni studenti: “Sto pagando a caro prezzo un errore di valutazione giovanile“, ha scritto. Ha cominciato a donare trenta euro al mese a un’associazione religiosa dei frati minori ed ha iniziato un percorso di revisione critica del suo passato dopo essersi dissociato da Cosa Nostra.
Due boss in permesso premio
Troppo poco per credere che sia un uomo che ha definitivamente chiuso con il passato criminale. Altri due fedelissimi dei Graviano hanno ottenuto in passato di uscire dal carcere per alcune ore. Sono Salvatore Benigno, che azionò il telecomando in via Fauro, a Roma, dove Cosa Nostra cercò di assassinare Maurizio Costanzo, e Giovanni Formoso che partecipò alla strage di via Palestro, a Milano.
Cosa dice la Cassazione
La Cassazione conferma la mancanza “di elementi pregnanti, capaci di attestare la recisione dei collegamenti di Tinnirello con il contesto mafioso-criminale di appartenenza e quindi di superare la presunzione relativa di pericolosità desunta dalla mancata collaborazione con la giustizia”.
Vengono richiamati “gli esiti insoddisfacenti dell’osservazione scientifica della personalità, svolta nell’istituto di pena, e segnatamente la circostanza che Tinnirello, pur avendo osservato un formalmente contegno adesivo, ha assunto un atteggiamento di minimizzazione della propria condotta criminale
compiendo un lavoro di riflessione insufficiente specie se rapportato alla eccezionale gravità dei crimini commessi e non sintomatico di una netta e definitiva presa di distanza dall’organizzazione mafiosa cui lo stesso aveva aderito non per necessità economiche o di altro genere ma per libera scelta militandovi
per un lungo periodo e traendone gratificazione”.
In particolare, Tinnirello “ha ricollegato la volontà di dissociarsi dal contesto criminale di appartenenza – tutt’ora pacificamente attivo – e nel quale ha ricoperto un ruolo di primo piano, non al carattere riprovevole delle azioni criminali poste in essere ma all’essersi l’organizzazione cui aveva aderito rilevata ‘un modo di finzione’ ben diversa da quella che l’aveva affascinato in età giovanile”.
Ed ancora “le ammissioni di responsabilità, oltre ad essere parziali, sono state caratterizzate da un approccio vittimistico volto a giustificare le scelte devianti in termini di errore di valutazione giovanile, senza soffermarsi sulle conseguenze provocate alle vittime”.

