Il gioco delle parti nel film horror del centrosinistra

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Pd Chinnici
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Commenti

    Noi gente di sinistra speravamo che un patto con il M5S avrebbe prodotto belle e buone cose, parole e atti belli. Speravamo in una politica a difesa degli ultimi tra gli ultimi, i reietti e gli invisibili dei quali non fotte niente a nessuno, cioè quelli che lavorano a pagano le tasse, quelli che ogni mese prendono 1.200 euro e li consegnano all’Erario, al supermercato sotto casa, al benzinaio e alle finanziarie. Invece il PD, per un piatto di lenticchie, per brama di potere, per quattro poltrone, per assicurare la sopravvivenza alla propria nomenclatura, ha lasciato che il M5S dettasse l’agenda. Il PD ha preferito appiattirsi sulle posizioni del M5S, il partito del Reddito di Cittadinanza, questo abominio che grida vendetta davanti a Dio e agli uomini. Certo… È ben più facile riempire ciotole ai clientes che parlare di lavoro e di lavoratori. Meritate anche voi, ampiamente, di scomparire dalla scena politica cari ex compagni del PD. Votatevi tra voi e tanti auguri.

    Stanno offrendo uno spettacolo che neppure a pagarlo…….

    Le contraddizioni, come tanti mortaretti durate la festa del patrono, scoppiate nel più o meno campo lungo lettiano, illuminano di mille contraddizioni quella parte già violacea di cielo della politica. Perciò, si resta in attesa di conoscere le ‘nuove riflessioni’ dell’eurodeputata del Pd Caterina Chinnici. Mentre, dopo le sue tante cavalcate nel viottolo del pensiero unico, Letta, senza forse rendersene conto, sembra aver fatto il definitivo passo in avanti nel suo tortuoso percorso di gran capo del Pd e di grande intellettuale e filatore di lana caprina. Non per niente, non pochi tra i suoi tanti estimatori e gli altrettanti avversari sembrano essere giunti, contemporaneamente, alla stessa conclusione. E che cioè oramai sembrerebbe arrivato il momento di sostituire la parola utile della locuzione ‘un utile idiota’ con la parola inutile, in modo da coniare un’altra locuzione di senso contrario. E mettersi a passo coi tempi.

    Primarie farsa (si iscrivono 40.000 e votano 30.000), candidata silente e impalpabile e prosopopea a quintali.
    Tiè!

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Cosa vorrei per la mia Sicilia Alla fine di questa inchiesta, dopo avere letto tante voci diverse e riflettuto sui problemi, sulle proposte e sulle speranze che sono emerse, vorrei provare a dire, semplicemente, cosa vorrei per la mia Sicilia. Vorrei, prima di tutto, che i problemi della Sicilia smettessero di essere considerati un destino. Acqua, sanità, trasporti, infrastrutture, energia, ambiente, lavoro, formazione, ricerca, giovani che partono: ormai li conosciamo. L’indagine ha avuto il grande merito di farli emergere con chiarezza attraverso voci politiche, sociali e civili molto diverse. Poche le donne! Vorrei allora qualcosa di semplice: che si cominciasse dai bisogni reali e si costruisse intorno a essi una programmazione condivisa, trasparente e misurabile. Vorrei una politica capace di indicare pochi obiettivi concreti, dichiarare tempi e risorse, misurare i risultati e comunicarli continuamente ai cittadini. Non cinque anni di potere, ma cinque anni effettivi di lavoro per governare. Senza semestri o anni bianchi dedicati alla propria rielezione. Le buone politiche devono durare più delle persone che le hanno realizzate. Vorrei che destra e sinistra continuassero naturalmente a confrontarsi sulle soluzioni, ma che alcuni grandi problemi della Sicilia diventassero patrimonio comune e non ricominciassero da zero a ogni cambio di maggioranza. Vorrei che il voto non fosse il momento in cui il cittadino consegna il proprio potere per riaverlo cinque anni dopo. La partecipazione dovrebbe cominciare nell’urna, non finire lì. Obiettivi, avanzamento e risultati devono restare visibili e verificabili durante tutto il mandato. E, soprattutto, vorrei affrontare seriamente l’emorragia dei giovani. Non basta chiedere loro di restare: bisogna costruire le condizioni perché possano farlo. I bisogni della Sicilia sono ormai chiari: infrastrutture e trasporti, gestione dell’acqua e dell’energia, salute e assistenza, ambiente e rifiuti, digitale, ricerca, innovazione, servizi alle imprese. Da questi bisogni dovrebbero nascere il lavoro necessario e una formazione coerente con ciò che la Sicilia vuole diventare. Vorrei che Governo regionale, università, enti formativi e imprese lavorassero molto più strettamente insieme. La formazione deve restare libera e di qualità, ma deve conoscere i fabbisogni professionali del territorio. E imprese ed enti formativi dovrebbero essere incentivati e valutati anche sulla capacità di trasformare competenze in lavoro qualificato in Sicilia. Perché quando un giovane parte non perdiamo soltanto un lavoratore: perdiamo competenze, energie, famiglie future e nascite, accelerando l’invecchiamento della popolazione. E dopo avere sostenuto i costi della sua formazione, permettiamo ad altre regioni o ad altre nazioni di utilizzare quelle competenze. Vorrei poi una Sicilia nella quale Falcone e Borsellino non vengano continuamente trascinati nelle convenienze del presente, ma restino ciò che già sono: un sentimento vivo e comune, capace di ricordarci che questa terra possiede una straordinaria riserva di dignità civile. E vorrei un miracolo: la morte della corruzione. Vorrei che nella Sicilia dei nostri figli non ci fosse più bisogno di conoscere qualcuno, chiedere un favore o accettare un compromesso per ottenere ciò che spetta per diritto, per merito o per capacità. Vorrei che la rabbia non diventasse odio, disprezzo e rinuncia, ma partecipazione e proposta. Vorrei che le tante solitudini individuali si trasformassero in problemi condivisi e poi in azione collettiva. Perché una società coesa non si riconosce soltanto nella solidarietà: si riconosce quando chiede insieme che l’acqua funzioni, che la sanità curi, che le strade colleghino, che i giovani possano lavorare. Vorrei lasciare ai nostri figli soprattutto lavoro vero e dignitoso, perché il lavoro è l’arma più forte contro la mafia: rende le persone libere, riduce il bisogno e sottrae spazio al ricatto e alla dipendenza. E vorrei lasciare loro una Sicilia più verde. Gli alberi, il verde, la terra e l’acqua non sono soltanto risorse da amministrare: sono un patrimonio da custodire e curare con amore, perché appartengono anche a chi verrà dopo di noi. Vorrei infine che la politica ricordasse una cosa molto semplice: governare significa servire. Chi riceve il potere dovrebbe usarlo per costruire un sistema migliore e duraturo, non per consolidare la propria posizione. Forse è questo, alla fine, ciò che vorrei per la mia Sicilia: problemi meglio individuati, non promesse più grandi; sistemi capaci di funzionare, non uomini indispensabili; responsabilità condivise, non appartenenze contrapposte; risultati costruiti, misurati e lasciati in eredità a chi verrà dopo, non speranza affidata al caso. Perché amare davvero la Sicilia significa volerla consegnare ai nostri figli più libera, più giusta, più verde, più efficiente e con molte più ragioni per restare. Una Madre Siciliana

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