Il piccolo Di Matteo, la cronaca dell'orrore 30 anni dopo

Il martirio del piccolo Di Matteo, l’orrore raccontato dai carnefici

La cronaca terribile del delitto di trent'anni fa
TRENT'ANNI DOPO
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PALERMO – “Ti portiamo da tuo padre”, dissero al piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito in un maneggio il 23 novembre 1993. L’11 gennaio del 1996 – 30 anni fa – il più tragico degli epiloghi. Enzo Salvatore Brusca, fratello di Giovanni che diede l’ordine, lo teneva per le braccia, Giuseppe Monticciolo per le gambe, Vincenzo Chiodo lo strangolò.

Rinchiuso in diversi luoghi di prigionia per 779 giorni. Per ultimo in contrada Giambascio, a San Giuseppe Jato, nel casolare che oggi ospita il giardino della memoria. I boss volevano zittire il padre e collaboratore di giustizia Santino Di Matteo.

Dopo il rapimento lo consegnarono ai suoi carcerieri. Giovanni Brusca, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella avevano definito i dettagli in una villetta a Misilmeri.

L’ordine di Giovanni Brusca

“Allibertativi du cagnuleddu (liberatevi del cagnolino)”, ordinò Giovanni Brusca, ormai libero per fine pena in virtù di un accordo con lo Stato che ancora suscita sentimenti e aggettivi opposti: da necessario a ripugnante.

“Mi sono chiesto tante volte cosa significa chiedere perdono per la morte del piccolo Di Matteo. Non lo so. Mi accusano spesso di non mostrare esternamente il mio pentimento, ma io so che per un omicidio come questo non c’è perdono”, ha detto Brusca in un lungo dialogo, raccolto in un libro, con don Marcello Cozzi, prete lucano impegnato da sempre nell’educazione alla legalità e nel contrasto alle mafie.
Un anno fa la notizia della presentazione del libro a San Giuseppe Jato, spaccò la politica locale e l’opinione pubblica. Alla fine non se ne fece più nulla.

Anche Matteo Messina Denaro è stato condannato all’ergastolo. In uno dei suoi interrogatori ha accollato la colpa dell’omicidio al solo Brusca. Lui, così ha detto, si era limitato a tenerlo sequestrato in provincia di Trapani. Come se fosse meno grave.

L’orrore che non si cancella

Passano gli anni, l’orrore non si cancella. La memoria è necessaria. Lo facciamo usando le parole di uno degli assassini. Era il 1998 quando durante un processo Chiodo raccontò le fasi del delitto. È un racconto durissimo, ma necessario per comprendere fino in fondo di cosa sono stati capaci i mafiosi. Corre l’obbligo di avvertire il lettore più sensibile che può anche decidere di fermarsi nella lettura.

Quel giorno il piccolo Giuseppe “aveva mangiato delle uova”. Se l’era cucinate da solo “avendo a disposizione un fornellino” nel bunker. Una piccola cella sottoterra, chiusa da un cancelletto. Arrivò Monticciolo “ed aveva esplicitamente comunicato che si doveva uccidere il bambino”. Fu lui a recuperare l’acido “presso tale Funcidda”, mentre Chiodo andò a prendere nella sua officina “un fusto in lamiera, uno scalpello e un mazzuolo per scoperchiare il fusto”.

Quindi tutti e tre insieme “avevano portato giù nel bunker il fusto appena tagliato e i due fustini di acido, depositandoli davanti la porta della cella dell’ostaggio”. Fecero scrivere una lettera a Giuseppe. Dettarono il contenuto in cui diceva di essere stato abbandonato dalla famiglia. Erano risaliti nel piano superiore per “mangiare carne arrostita in padella”. Dopo cena Chiodo tagliò “un pezzo di corda da una fune che si trovava all’esterno ed Enzo Brusca l’aveva annodata per formare il cappio” prima di scendere nel bunker.

Chiodo si fece avanti “in omaggio alla regola che più volte gli aveva ripetuto lo stesso Brusca: ‘Mai tirarsi indietro su qualsiasi eventuale occasione… il dovere era più forte di questo, cioè perché lì non è che uno poteva rifiutare al momento questo, perché poteva succedere diciamo il peggio”. Si attenne alle indicazioni di Monticciolo ed Enzo Brusca: “Va beh, lo fai appoggiare li al muro, gli metti la corda al collo, la tiri che poi noi ti aiutiamo”.

“… ho fatto pure fatica ad aprire la porta perché era quasi arrugginita, perché giù c’era molta umidita… allora io ho detto al bambino, io ero ancora incappucciato, di mettersi in un angolo quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io gli ho detto, si è messo di fronte il muro, diciamo, a faccia al muro. Io ci sono andato da dietro, ci ho messo la corda al collo.

“Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino giù e Monticciolo si stava avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’, rivolto al bambino, ‘tuo papà ha fatto il cornuto’.
Nello stesso momento o subito dopo Enzo Brusca dice ‘ti dovevo guardare meglio degli occhi miei’, dice, ‘eppure chi lo doveva dire?”, queste sono state le parole diciamo al bambino”.

“Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi… ho visto il Monticciolo che tirava forte la corda e con il piede batteva forte nella corda per potere stringere ancora il cappio”.

I baci dopo il martirio

“Enzo Brusca ogni tanto si appoggiava al petto del bambino per sentire i battiti del cuore, quando ha visto che il bambino già era morto mi ha ordinato Enzo Brusca a me ‘spoglialo’. Il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio al polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio, l’uno, cosi, e l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra”.

“Quando siamo saliti sopra Enzo Brusca e Monticciolo mi hanno baciato, dicendo che mi ero comportato… come se mi avessero fatto gli auguri di Natale… complimentandosi per come mi ero comportato… siamo entrati dentro la casa dove avevamo cenato prima, cosi, eravamo li, abbiamo fumato una sigaretta, si parlava cosi. Poi dopo un po’ Enzo Brusca mi dice ‘vai sopra, vai a guardare che cosa c’è, se funziona l’acido, se va bene o meno”. Ora sì è il momento di omettere i terribili dettagli del racconto.

L’acido ha consumato lentamente il corpo di Giuseppe Di Matteo: “Poi siamo andati tutti a letto a dormire, abbiamo dormito lì”. L’unica cosa rimasta integra era il pezzo di corda. “L’acido niente ci fa alla corda, tienitela per trofeo”, disse Enzo Brusca a Chiodo.


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