MILANO – Ad avere il ruolo di “cassiere” del clan sarebbe stato Enrico Borzì. L’indagato è il protagonista di alcune delle intercettazioni (audio e video) dell’inchiesta Security della Dda di Milano che ha svelato il presunto sistema di soldi e tangenti messo in piedi per permettere alla famiglia mafiosa dei Laudani di fare affari d’oro grazie alle filiali Lidl e ad alcuni appalti di vigilanza privata del nord Italia.
Tra l’estate del 2016 e l’autunno dello scorso anno le telecamere e le cimici degli investigatori milanesi arrivano ad Acireale, territorio dove sarebbero avvenute le cessioni di contante da far recapitare ai Mussi i Ficurinia. Enrico Borzì, ritenuto dagli inquirenti organico alla cosca, sarebbe stato un tipo preciso: avrebbe infatti tenuto un apposito registro in cui segnava “entrate” e “uscite”. Addirittura quando pagava lo stipendio di mantenimento per il detenuto, Borzì chiedeva al familiare, “beneficiario del versamento, la sottoscrizione di una ricevuta”.
IL RUOLO DI BORZI’ – Borzì, che avrebbe avuto un ruolo maggiore all’interno dell’organizzazione dopo l’arresto di Orazio Salvatore Di Mauro (detto Turi U Biondo) nel blitz Viceré, parla al telefono con diversi imprenditori del gruppo Sigilog, al centro del ciclone giudiziario. In particolare ci sono le conversazioni con Emanuele Micelotti e Giacomo Politi, ma è soprattutto l’appuntamento al bar con Luigi Alecci, ritenuto il “capo promotore” del sodalizio, a chiudere il cerchio dell’inchiesta. L’indagato ha già avuto guai con la giustizia.
“DUE BUSTE… UNA A SALVO E UNA A IANU…”- Ma andiamo per ordine. Il 20 giugno 2016 gli inquirenti intercettano l’imprenditore Micelotta mentre parla con Enrico Borzì ad Acireale e si mettono d’accordo su come spartire i soldi.
Michelotta:… mi ha detto di dare due buste… una a Salvo e una a Iano
Borzì: ah ok perfetto… va bene sì l’importante che sono divisi
Micelotta: questi sono questi qua di Giacomo… dei nostri
Borzì: ah quelli di…
L’intercettazione pare non lasciare adito a dubbi. “Una a Salvo e una a Iano”. Il riferimento potrebbe essere a Salvatore Orazio Di Mauro, mentre Ianu, potrebbe essere Sebastiano Laudani, chiamato Ianu il grande, uno dei boss della famiglia di sangue conosciuta come “Mussi i Ficurinia” (Musi di fico d’india, ndr) e diretto referente di Turi U Biondo (cioè Di Mauro). Quando invece parla di Giacomo, Micelotta potrebbe riferirsi a Giacomo Politi, uno degli imprenditori che per gli inquirenti sarebbe ai vertici dell’organizzazione criminale che aveva “a libro paga” il clan catanese.
LO SCAMBIO DI BUSTARELLE AL BAR. E’ il primo settembre del 2016, l’occhio della telecamera immortala l’incontro al bar tra Luigi Alecci ed Enrico Borzì. Guardando le immagini, con l’aiuto di uno zoom, si nota lo scambio di alcuni documenti che uno degli indagati prende dalla ventiquattrore appoggiata su una sedia e li passa all’altro. I due poi tornano a chiacchierare seduti al tavolino di un locale sotto un ombrellone bianco. Per gli inquirenti quel passaggio di mano è lo scambio di una “bustarella”. E quindi vi sarebbe la prova della cessione di denaro.
IL RENDICONTO DELLE CESSIONI. Si fanno i conti, anche se con qualche dubbio sulla tempistica, sulla ricezione dei soldi. E’ il 19 ottobre 2016 e ancora una volta le cimici degli investigatori milanesi captano una conversazione di Enrico Borzì. Questa volta il suo interlocutore è Giacomo Politi.
Borzì: l’ho portata quando è venuto Luigi, prima dell’estate… no, prima dell’estate scusa prima di agosto! Sbaglio io… agosto
Politi: lui di solito ogni tre mesi
Borzì: Luigi dice… no Luigi, Mic li ha portati questi qua!
Politi: te li ha portati Mic!
Borzì: Sì! Allora è stato
Politi: a settembre
Borzì: luglio!
Politi: luglio?
Borzì: giugno, luglio lì! luglio… luglio!
Politi: sicuro sei?
Borzì: e poi quando me li ha dati sul tavolo!
Se Borzì fa riferimento all’incontro del primo settembre 2016 al bar con Luigi Alecci immortalato nei nastri delle telecamere degli inquirenti lombardi sicuramente non ricorda bene i tempi. Ma adesso ci saranno i faldoni dell’ordinanza a rinfrescargli la memoria.
LA FUGA DI NOTIZIE. Grazie alle intercettazioni gli inquirenti scoprono che dal Tribunale di Milano c’era stato uno spiffero e alcuni indagati erano stati “informati” dell’inchiesta in corso. E’ il 24 novembre scorso quando Nicola Fazio “rivela ad Alecci e Politi” di avere appreso dal fratello che “una persona che era stata in grado di visionare il loro fascicolo”. Il gruppo criminale, dunque, avrebbe avuto a disposizione alcune spie all’interno. Una persona, allo stato non identificata, avrebbe rivelato “agli indagati, quanto appreso visionando direttamente il fascicolo dell’indagine sul tavolo di lavoro del Procuratore Aggiunto della Repubblica, responsabile della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, Ilda Boccassini”. Non a caso il gip Giulio Fanales scrive che l’organizzazione vantava “un rilevante ‘capitale’ di relazioni personali, idonee a procurare informazioni sensibili circa le indagini penali pendenti. Soggetti esterni all’organizzazione e vicini agli organi di polizia, in grado di rivelare notizie coperte dal segreto d’ufficio”. Tra gli “informatori” nell’ordinanza si parla di un capitano e di un maresciallo della Gdf, non identificati, e di un colonnello del Nucleo di polizia tributaria di Como, identificato. E’ il 24 novembre scorso quando Nicola Fazio “rivelava ad Alecci e Politi” di avere appreso dal fratello le seguenti notizie rilevanti, fornite al Fazio Alessandro da una persona che era stata in grado di visionare il loro fascicolo, mentre si trovava sulla scrivania della Dott.ssa Boccassini”.

