Imprenditore ucciso a Ficarazzi | Imputato scagionato dal delitto

Imprenditore ucciso a Ficarazzi | Imputato scagionato dal delitto

Definitiva l'assoluzione di Michele Rubino. Il pentito Lo Verso non è stato creduto.

PALERMO – Scagionato definitivamente dall’accusa di omicidio. La Procura non ha fatto appello contro l’assoluzione. Michele Rubino non ha ucciso Andrea Cottone, imprenditore scomparso nel novembre 2002, a Ficarazzi. In carcere c’è rimasto più di due anni, fino alla scarcerazione avvenuta lo scorso dicembre, giorno dell’assoluzione di primo grado. Nello stesso processo sono stati condannati all’ergastolo Onofrio Morreale e Nicola Mandalà, per i quali sarà celebrato il giudizio di appello.

Non ha retto la ricostruzione del pentito Stefano Lo Verso. “Io a Michele Rubino lo conoscevo da vecchia data ma in quell’occasione quando sono entrato e l’ho visto che lui lo teneva per un braccio e l’altro per un altro braccio, mentre il Morreale c’era di sopra – ha raccontato il pentito – io non l’ho riconosciuto, perché lui aveva, aveva questi capelli buttati tutti in avanti, tutto vestito di nero… successivamente quando c’è stata poi una mangiata alla fattoria di Spera, il Comparetto mi disse: non l’hai riconosciuto? Ci dissi: ma a chi? A Michele. Ed Ezio Fontana era coi capelli tagliati, che poi l’ho riconosciuto”. Ed ancora: “… sento tototon… entro e trovo Andrea a terra e tutti di sopra… subito scappo… io rimando vivo perché riesco a uscire, vado fuori… gridava ma era vivo ho pensato può essere che gli danno un po’ di legnate… e lo lasciano stare e me ne vado dietro di loro, dietro a Comparetto”.

Da qui l’assoluzione di Rubino, assistito dagli avvocati Michele Giovinco e Domenico La Blasca, che il collaboratore non aveva neppure riconosciuto in fotografia durante un interrogatorio. Nelle motivazioni della sentenza i giudici parlavano di “foga descrittiva che si impadronisce del dichiarante”, di “alluvione che rende impalpabili i riferimenti”. Non hanno creduto all’ipotesi che i boss lo avessero graziato, anche perché un altro pentito, Mario Cusimano, lo aveva smentito. Lo Verso avrebbe saputo che Cottone era stato convocato all’appuntamento con la morte. E non poteva essere altrimenti, visto che Cusimano lo piazzava alla guida del clan di Ficarazzi nei giorni dell’omicidio.

Nella motivazione della sentenza la Corte è stata durissima. Picconava la credibilità di Lo Verso e ha trasmesso gli atti alla Procura per valutare la posizione del collaboratore di giustizia. Una buona parte delle cento pagine delle motivazioni scritte dal presidente Biagio Insacco e dal giudice relatore Antonia Pappalardo era dedicata al “fuorviante e inattendibile intento di discolpa” del collaboratore e alla sua “tesi soggettivamente orientata a proprio vantaggio”.

 

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