PALERMO – La variante K dell’influenza manda quasi in tilt gli ospedali siciliani. Dal Nisseno al Palermitano sono stati registrati boom di accessi in pronto soccorso, mentre continuano a manifestarsi conseguenze gravi per i pazienti fragili, affetti da comorbilità: ictus e infarti. Ma quali sono i sintomi e, soprattutto, quando bisogna andare in pronto soccorso?
Ne abbiamo parlato con Carmelo Iacobello, direttore del reparto di Malattie infettive del Cannizzaro di Catania e Antonio Cascio, professore e direttore di Malattie infettive del policlinico di Palermo.
Influenza, boom di casi in Sicilia
Il policlinico di Palermo ha istituito una task force per gestire il sovraffollamento nel pronto soccorso, causato dalla variante K dell’influenza. Lunghe code anche a Villa Sofia, tanto che il presidente della Regione Renato Schifani ha convocato il manager Alessandro Mazzara.
“Sta accadendo quello che ci aspettavamo – spiega Iacobello a LiveSicilia – si tratta di una influenza particolarmente severa, con la variante K e due ceppi che si alternano. Non abbiamo fatto una buona campagna vaccinale e questo purtroppo danneggia, soprattutto, i soggetti fragili”.
Ecco i sintomi
“Febbre molto alta 39, 40 gradi – spiega Iacobello – tosse importante che si protrae per molte settimane dopo la fine del processo acuto e la presenza di una mucosità notevole delle prime vie aeree con l’interessamento dell’apparato digerente”. E ancora, polmoniti interstiziali che hanno portato all’occupazione di una parte del reparto di Malattie infettive non solo del Cannizzaro.
Il professore Cascio conferma che la variante K sta circolando maggiormente e parla delle “complicanze tromboemboliche, infezioni batteriche per le persone fragili, il rischio è di un infarto, un ictus perché il sangue tende a coagulare di più”.
L’allarme per i soggetti fragili
Rischio di ictus e infarto, bisogna mantenere alta l’attenzione per i soggetti fragili, “anche se sono stati vaccinati”, precisa Iacobello, “perché il loro sistema immunitario non è così efficace nel produrre una risposta immunitaria valida. Abbiamo anche gli antivirali diretti, quelli che abbiamo sperimentato con il covid li possiamo somministrare con l’influenza, grazie a una molecola che ha una efficacia importante. Ma bisogna agire precocemente, subito dopo il contatto con un soggetto contagiato”.
Le cure
“La polmonite batterica – spiega Cascio – di solito insorge dopo 7 giorni, l’antibiotico bisogna darlo non all’inizio, ma solo dopo il peggioramento. Dopo i primi sintomi bisogna bere molta acqua, assumere minestrine e succhi di frutta”.
Tachipirina? Non bisogna esagerare. “La temperatura alta – sottolinea Cascio – uccide il virus, la tachipirina potrebbe essere non necessaria tranne dopo il superamento dei 38,5 gradi di temperatura”. Quando, allora, bisogna andare in pronto soccorso? “Solo – risponde Cascio – se il paziente si sente particolarmente sofferente o se è ha difficoltà a respirare o affanno. Bisogna fare esami del sangue e una tac o radiografia, può servire ossigeno o antivirali”
E Iacobello concorda: “Sì agli antinfiammatori, sono molto polemico con la tachipirina, è un farmaco importante, ma ha tossicità che nei soggetti fragili possono rivelarsi”.
Il consiglio
Iacobello non ha dubbi: “Quando il quadro diventa serio, dovremmo comportarci come quando c’è stato il Covid, dotarci di un saturimetro, che serve per le problematiche infettivologiche e considerare il 92% come punto di partenza per avviare il paziente al pronto soccorso. È inutile andarci con la febbre alta, senza insufficienza respiratoria si creano solo sovraffollamenti”.

