Informazione e giustizia, Trantino: |"Seguire i processi, no alle veline"

Informazione e giustizia, Trantino: |”Seguire i processi, no alle veline”

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Intervista con il presidente della Camera Penale, Enrico Trantino sul delicato rapporto tra diritto di cronaca e garanzia alla riservatezza degli indagati.

camera penale
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2 min di lettura

CATANIA – La Camera Penale di Catania sta lavorando per avviare un percorso di cultura alla legalità che parte dalla formazione. Enrico Trantino, neo presidente dell’organismo dedicato a Serafino Famà, ha le idee chiare: “Il nostro confronto non si ferma con i magistrati, ma coinvolge anche le scuole. Stiamo andando, infatti, a parlare con il Provveditore agli Studi perchè si faccia capire che quando si parla di legalità l’avvocato diventa un elemento indispensabile per discutere di questo tema”. Altro punto su cui il presidente Trantino con il consiglio direttivo sta operando è il rapporto (e soprattutto i confini) tra diritto di cronaca e diritto alla riservatezza degli indagati. Argomento già affrontato con il procuratore Giovanni Salvi. E l’avvocato catanese, dicendo la sua, dispensa anche consigli ai giornalisti e ai suoi colleghi, anche in merito alle cosiddette “veline”.

Se le dico informazione e giustizia, cosa mi dice? Cosa, secondo lei, è fondamentale?

Deve essere rispettato il diritto alla vita dell’imputato. Perchè purtroppo con la sovraesposizione mediatica si verifica una sorta di pre-giudizio pericolosissimo che riesce a travolgere anche l’esito della sentenza stessa. Nel senso che sulla base del battage mediatico attorno a un soggetto, specie imputato per gravi reati, insorge una sorta di convinzione nell’opinione pubblica che difficilmente riesce ad essere neutralizzata anche dall’esito favorevole di un processo.

Quindi, cosa propone?

Io credo che ci sia bisogno di un intervento per moralizzare il diritto di cronaca e allo stesso tempo tutelare il diritto di privacy dell’imputato. Per esempio certe notizie si dovrebbero passare solo dopo il rinvio a giudizio, impedendo che vengono pubblicate le foto degli arrestati. Questo è stato anche argomento dell’incontro con il procuratore Giovanni Salvi che si è dimostrato aperto al confronto e al dialogo.

Ma secondo lei è giusto che ai giornalisti sia fornito solo un risicato comunicato stampa?

Le ripeto secondo me certe informazioni dovrebbero essere date solo dopo il rinvio a giudizio.

La notizia di un arresto, dunque, come dovrebbe essere trattata?

Con le iniziali dell’indagati, non per forza con il nome per intero. Perchè veda bisognerebbe fare una distinzione tra soggetti, che risulterebbe impossibile da attuare.

Quale distinzione?

Dobbiamo distinguere i soggetti che vedono nel carcere una sorta di rischio professionale perché abitualmente dediti a delinquere e soggetti invece che lo patiscono come evento distruttivo della loro vita. Magari non c’entrano nulla, e poi tra qualche anno saranno assolti, ma che intanto, dati in pasto alla stampa diventano vittime di un gioco al massacro.

A un giornalista di cronaca giudiziaria cosa consiglia?

Di seguire i processi e di attenersi a quanto succede in aula, e non limitarsi alle veline degli avvocati. Ecco anche questo fatto delle veline degli avvocati ai giornalisti è qualcosa su cui, secondo noi, il Consiglio dell’Ordine dovrebbe intervenire. E’ un metodo surrettizio per farsi propaganda e certamente non è gradevole per la categoria professionale intera.

Il giornalista, insomma, deve vivere il Palazzo di Giustizia?

Si, come si faceva una volta.

 

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