La romanista: "Attenti |agli abusi di potere femminili" - Live Sicilia

La romanista: “Attenti |agli abusi di potere femminili”

Mercedes Quintas, spagnola e docente romanista che collabora con le principali università non solo europee, analizza senza mezzi termini il ruolo della donna nel mondo del lavoro e il valore dell'8 marzo.

8 marzo l'opinione
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Mercedes Quintas è docente a contratto di Diritto Romano alla Lumsa, specialista in Diritto Comune europeo per la cattedra Jean Monnet e avvocato della Rota spagnola e siciliana. Collabora con la Soka University di Tokio e le principali istituzioni del Guatemala. Di origini spagnole, è arrivata a Catania per amore. Le abbiamo posto alcune domande sull’8 marzo e sul ruolo della donna nel mondo del lavoro. Lei ha risposto. Senza mezzi termini.

Cosa vuol dire essere oggi donna nel mondo del lavoro?

Non c’è una risposta perentoria e univoca. Rischiando di essere politically incorrect, direi che in certi ambiti e occasioni si è esagerato. Puntando tutto sull’uguaglianza a volte penso che si sono fatti veri e propri “abusi di potere” femminili.

Direi di più, coniugando un femminismo d’occasione, ho visto, per fortuna non provato, che quando in una struttura lavorativa gerarchicamente strutturata una donna occupa un posto direttivo, in (tristi) occasioni, finisce per imporre una tirannia autogiustificativa che manifesta poco riguardo verso le nostre antenate che perdevano la loro vita per dare alla donna la possibilità di lavorare in condizioni umane, di prendere una laurea o votare e così via. Penso che una donna che si trova male in un posto di lavoro può avere con i suoi colleghi una disumanità che, ahimè, non è alla portata dell’uomo lavoratore.

Una cosa a cui spesso penso è comunque il basso numero di donne in posti dirigenziali. Magari è perché le scelte personali legate alla nostra femminilità frenano la carriera professionale; magari è per il così detto maschilismo che considera che una donna non è in grado di guidare dall’alto le strutture aziendali; ma a me viene il dubbio che a volte sia, spero di sbagliarmi, perché la disunione che a volte si forma negli ambienti femminili e la tensione personale per andare “al di là” fanno nascere crepe che finiscono per consegnare le vere responsabilità direttive essenzialmente agli uomini.

Invece, quello che io penso che ci sia negli ambienti lavorativi dove le donne lavorano serenamente; dove le si lascia agire senza metterle in concorrenza, dando ampio spazio alle responsabilità personali e familiari che la donna ha e alle quali lei non si può sottrarre; è una gestione più intelligente del tempo e le forze; una vera comprensione delle situazioni complesse e una comprensione della vita come un tutto e non per compartimenti stagni. Questo credo che sia l’essere donna al lavoro oggi: uno spazio con più pazienza, più ordine e più senso di trascendenza.

Il ruolo della donna nella società, differenza tra Spagna e Italia

La mia esperienza in Italia è fortemente condizionata da due fattori, il primo dei quali è che solo da due anni vivo in questo Paese; due anni nei quali, forse, non ho mai veramente abbandonato la Spagna.

D’altro canto, l’Italia, e specificamente la Sicilia, mi ha accolto con le braccia aperte, e non sono in grado di pronunciare una sola parola critica nei riguardi di questa terra, perché non ne ho alcuna nel mio cuore. Per questo, e anche perché mi sento a mio agio a parlare di ciò che mi riguarda, desidero condividere il “bagaglio” che ho portato dalla Spagna.

Questo background è molto concreto, ed è dato dal fatto che nella mia famiglia le donne sono state dotate da Dio di un forte carisma, e tutte hanno svolto con grande grinta un lavoro professionale lì dove la vita le ha poste.

Mia madre ha insegnato matematica e fisica per tutta la vita, ma ho avuto la mamma di mia bisnonna che era farmacista e dalle Asturie andò a Roma su un carro trainato da cavalli per assicurarsi del buon fine della vendita di un terreno; una bisnonna indigena dell’Amazzonia, con una lunga treccia e un metro e novanta di altezza, “trapiantata” in Galizia che gestiva con il distacco proprio di chi viene da lontano le terre di famiglia; una nonna fabbricante e commerciante di vini; una cognata magistrato contabile militare; una zia Assessore ai Servizi Sociali di uno dei più grandi comuni in Spagna; e una nonna che, con il nonno, ha contribuito in maniera decisiva allo sviluppo de El Bierzo, la zona mineraria di León, commerciando la dinamita per le miniere e introducendo sul mercato locale prodotti per la casa di prima qualità.

Di queste donne, una mentre allevava ed educava quattro figli accoglieva in casa alcuni orfanelli per educarli, dare loro un lavoro e permettere che si formassero in un ambiente familiare; un’altra –l’unica del paese che aveva il televisore- apriva il salotto di casa sua perché chiunque potesse vedere le trasmissioni; un’altra, assieme al sacerdote e la farmacista, fungeva da mediatrice dando vita a un vero e proprio “tribunale di paese” per evitare che le persone dovessere adire le corti civili, deteriorando le loro sostanze ma soprattutto i buoni rapporti umani; un’altra, sorella di un Preside di veterinaria scopritore di diversi vaccini animali, riusciva a distribuire i libri di veterinaria a prezzo di mercato senza le maggiorazioni imposte dai distributori per venderli in provincia; un’altra ancora nei periodi di carestia e di fame della Guerra Civile Spagnola dava da mangiare in segreto a varie famiglie; e infine un’altra, incinta del suo secondo figlio, e che già aveva un lavoro stabile, ha cominciato a studiare per un’abilitazione assieme al marito solo per aiutarlo; lei non superò l’esame, e si prese anche un’anemia; lui invece fu abilitato, ben consapevole che la presenza di sua moglie accanto ai libri era l’unico motivo che lo aveva spinto a perseverare nel suo impegno.

Questa è la mia esperienza in Spagna, e con questa sono giunta sin qui.

Io non credo nel femminismo; credo che i successi vengano come frutto di un intreccio fra destino e natura; credo che sia importante distinguere i fini dai mezzi; e credo che ogni momento storico e biografico vada affrontato senza paura e senza orgoglio. Credo anche che ci siano cose per cui vale la pena abbandonare tutto il resto.

Su cosa deve puntare una donna per costruire il proprio futuro?

Credo che per costruire questo “futuro” la prima cosa da fare è sbarazzarsi di ideologie e puntare alla realizzazione personale accettando con intelligenza i limiti che la vita ci ha imposto – dal luogo di nascita, alla famiglia, alle attese cui tutti soggiaciamo in questi momenti soprattutto a causa della crisi economica, ecc. –

In ogni caso, forse dobbiamo vedere che cosa ognuna di noi considera come “il futuro”. Io preferisco vedere la vita come un “continuum”, dove ognuna di noi declina per ogni momento biografico e cronologico, con intelligenza e ampiezza, le priorità e le scelte. Non credo che nessuno mi abbia mai sentito parlare del futuro, ma sì, sempre, di come amministrare al meglio ciò succede oggi, ciò che noi oggi pensiamo che possa essere positivo, il contributo che posso dare oggi.

Grazie a Dio, forse per l’allenamento che ho avuto in famiglia, che non finirò mai di ringraziare per il senso del lavoro, dello sforzo, della gratificazione, dell’austerità, della chiarezza di idee che mi hanno aiutato a crescere, non so pronunciare la parola futuro, ma solo la parola “avanti”.

Sono giovane, ma credo già da tempo ho fatto scelte fondamentali di vita; scelte di cui mi sento molto tranquilla, e che ho cercato di coniugare con le priorità che, come frutto di un profondo e onesto esame di coscienza, vedevo necessarie in quel determinato momento.

In ognuna di queste scelte mi sono fatta guidare da idee generali che potrei definire “universali”; con la certezza, o meglio, con l’accettazione che noi siamo ben poco padroni della nostra fortuna o sfortuna, e che possiamo andare ben poco oltre le piccole scelte oggettive che la vita ci permette di fare.

Una donna non può sfuggire al destino naturale che la natura le ha dato. La costruzione personale e trascendente di ogni momento biografico della donna deve fondarsi sull’accettazione, necessaria e complementare, di essere madre e al contempo compagna di vita di un uomo.

Cosa ne pensa della festa della donna?

La prima cosa che devo dire è che ho preso coscienza di questa festa, che pure è internazionale, una volta arrivata in Italia. In Spagna il rilievo di questa data è decisamente più discreto. Per esempio, e per essere più concreta, “mimosa” in spagnolo vuol dire “la donna a cui piacciono le coccole” (“mimo” vuol dire “coccola”, “mimosa”… “coccolosa”. Anche il fiore in spagnolo si chiama così, ma non è per niente popolare), e la prima volta che ho sentito la parola “mimosa” legata alla donna pensai che si trattava dell’elogio della donna affettuosa.

Anzi, in Spagna l’8 marzo, chi lo sa festeggia essenzialmente il giorno della “donna lavoratrice”, in quanto la ricorrenza ha una sfumattura molto legata al mondo del lavoro.

Detto questo, mi sembra molto positivo che ci sia un giorno nel quale tutti ricordiamo in modo particolare la vita delle donne che, per propria scelta, o per dare una vita migliore alla propria famiglia, si impegnano a sviluppare un’attività professionale, conciliando tale loro sforzo con la magnifica realtà della famiglia e della casa.

Mi auguro che non sia lontano il giorno in cui questa festa non sia una mera occasione di rivendicazione di diritti in nome di una battaglia ideologica, ma sia la celebrazione della diversità con uno sguardo femminile.

 

 

 


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