La Sicilia che (non) vorrei: scrive Vincenzo Ceruso

La Sicilia che (non) vorrei: il dialogo e la cultura come risorse

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La riflessione sulla vocazione accogliente della Sicilia
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Tra il già e il non ancora. Così un grande teologo indicava la dimensione vera della fede cristiana.
Ma, in fondo, non è così che guardiamo a tutto ciò che ci è caro? Amiamo il presente di un figlio e amiamo il suo futuro che ancora non vediamo. Amiamo della Sicilia quel che già sa mostrare. La sua bellezza, la sua storia, la sua natura.

Amiamo quel che ancora deve crescere e quel che viene oltraggiato quotidianamente. La natura bruciata dagli incendi, la storia abbandonata per l’eterno presente dei social, la bellezza deturpata dalla violenza mafiosa o da una noncuranza altrettanto criminale. C’è un altro futuro che possiamo immaginare.
Lo vedo già negli occhi di padre Pino, amico ed erede di fratel Biagio, quando parla dei suoi poveri, dei nostri poveri. Lo vedo in fratel Mauro, nel suo sorriso capace di illuminare un quartiere intero. Lo vedo in Anna, la mia amica valdese, che costruisce ponti tra mondi e culture. Lo vedo in don Sergio, che fa di ogni incontro un’occasione di gioia.

Lo vedo nei miei amici di Sant’Egidio, quando prendono per mano un anziano e gli dicono che non è solo; quando sollevano un mendicante chiamandolo per nome; quando aprono una nuova casa nelle periferie e fanno la cosa più rivoluzionaria che si può fare oggi: aprono le porte.

E allora vedo la Sicilia che non c’è ancora ma è già tra noi, in cui i giovani restano per costruire e gli anziani non sono ridotti a scarti. La legge sugli anziani presentata presso l’assemblea regionale è promessa per il futuro: più assistenza a casa, più comunità e meno RSA per i nostri nonni e i nostri genitori.

È la speranza di una terra dove gli spazi di fraternità – parola laica e religiosa insieme – si moltiplicano, sottraendo terreno alla cultura mafiosa, ai clan con il kalashnikov e a quelli in doppiopetto, alle caste, a quel tribalismo che è l’altra faccia di un individualismo feroce. In questa Sicilia la politica può generare speranza, purché sappia raccogliere le lacrime, tessere relazioni senza cercare clientes, valorizzare i talenti.
Può essere una politica che non commemora gli eroi mentre litiga sulla loro eredità, ma si nutre delle loro storie e ne fa memoria condivisa.

È quel che è accaduto con la legge Liberi di scegliere, voluta da un fronte trasversale di forze politiche, che offre la possibilità di scegliere una vita diversa a quanti nascono in un contesto mafioso. Lo stesso sostegno avuto dalla legge contro la dipendenza dal crack fortemente voluta dall’arcivescovo Corrado Lorefice. È la dimostrazione che quella tra sicurezza e prevenzione è una falsa alternativa.

Ma non bastano le leggi. Serve la poesia per amare la Sicilia. Padre Puglisi diceva che Gesù era un poeta, perché sapeva cogliere il significato nascosto delle cose. Ricordate la parabola del buon Samaritano? Uno degli incipit più belli della letteratura universale: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”.

È un racconto che parla di un uomo, dell’uomo di ogni tempo, preda dei briganti e lasciato a morire per strada. Gesù rifiuta la remigrazione per i feriti dalla vita ed esorta a prendersi cura. Sempre. Di tutti. Ma questa è carità, non politica, potreste dirmi. In quale momento abbiamo deciso che la politica è slegata dal bene?

Conosco Machiavelli, ma conosco anche Aristotele: “Le città si fondano sull’amicizia”. Riprendiamoci le nostre città, torniamo a confrontarci nelle piazze, teniamo aperte le chiese, investiamo nei sorrisi e nei libri. Invitiamo i vicini musulmani a festeggiare con noi il Natale e portiamo loro da mangiare, quando rompono il digiuno durante il Ramadan. Facciamo del nostro essere isola una vocazione verso il Mediterraneo e non un pretesto per isolarsi nel vittimismo.

Abbiamo un grande vantaggio: conosciamo l’Islam, a Mazara come a Catania, e non ne abbiamo paura, perché i figli dell’Islam sono cresciuti con i nostri figli. La Sicilia ama i popoli del Libro, ha imparato ad accoglierli dentro i suoi confini di acqua e di cielo.

Rinnoviamo questo amore antico, promuoviamo incontri fra università, imprese e istituzioni del Mare nostrum, facciamo del dialogo l’energia di un nuovo sviluppo.

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Quest’isola è meno di una nazione e più di una regione, diceva Borgese, ma è una regione che può orientare il futuro di una nazione. Lo abbiamo fatto nei nostri momenti migliori e possiamo tornare a farlo. La Sicilia non è destinata a svuotarsi giorno dopo giorno dei suoi giovani per diventare una sorta di triste luna park del sud Europa. Il destino è quello che amiamo.

Vincenzo Ceruso, saggista – Comunità di Sant’Egidio


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