La Sicilia che (non) vorrei: scrive Matteo Cocchiara

La Sicilia che (non) vorrei: se i diritti vengono dimenticati

La Sicilia che non vorrei
Decidi tu come informarti
su Google.
Aggiungi LiveSicilia
alle tue Fonti preferite
:
quando cercherai
una notizia, ci troverai.
AGGIUNGI
Scrive Matteo Cocchiara, il presidente dell'Asael
LA NOSTRA INIZIATIVA
di
3 min di lettura

In un’estate rovente come quella che stiamo affrontando vorrei una Sicilia in cui la distribuzione idrica fosse garantita giornalmente.

Vorrei una Sicilia che non ritorni ad un passato che ha conosciuto chi con i “capelli bianchi” come me, ha vissuto la mancanza quotidiana dell’acqua corrente nella propria abitazione dovendo aspettarla dopo giorni di trepidante attesa.

La Sicilia di oggi che non voglio è quella in cui interi Comuni e quartieri delle Città Metropolitane si confrontano con la quotidiana domanda “se l’acqua è arrivata?” nella propria abitazione e, spesso, chiedere al proprio sindaco i motivi di una tale grave e costante emergenza che ormai, in molte realtà, è da considerare decisamente “cronica” con distribuzioni e turnazioni spesso quasi “settimanali” ed agibili solo in parte.

La Sicilia che non voglio, da cittadino e rappresentante al servizio da anni degli Amministratori Locali, è quella in cui le politiche vere e risolutive delle grandi infrastrutture come quelle dell’ammodernamento delle reti idriche, per renderle più efficienti, resilienti e sostenibili, non restino solo nelle delibere dei finanziamenti ma diventino opere reali e durature.

La Sicilia che vorrei è quella in cui, alla fine di una stagione invernale, che non ha lesinato di certo abbondanti piogge, si riempiano gli invasi e le dighe senza ingenti perdite.

Questa situazione, che riguarda chiaramente il soddisfacimento di un “bisogno primario” e che dovrebbe far parte del c.d. “vivere civile” deve trovare da parte della politica regionale una soluzione definitivamente appagante per il cittadino.

Non può infatti la politica (che i Greci identificavano nell’amministrazione dei bisogni della Città) non occuparsi dell’emergenza idrica che ha colpito soprattutto i comuni dell’entroterra siciliano, che devono essere messi nelle condizioni di venire dotati anche di adeguate ed idonee vasche di accumulo, da sostituire a quelle vecchie costruite nel dopoguerra ed oggi assolutamente insufficienti per capienza e vetustà strutturale.

La Sicilia che tutti noi non dovremmo volere è quella della “politica tampone” che rispetto alle legittime richieste degli amministratori locali provenienti dai cittadini, si limita a rispondere con l’ennesimo annuncio dell’entrata in funzione di qualche “dissalatore” (che di certo non può  appagare i bisogni quotidiani di approvvigionamento idrico di tante comunità locali), o con la fornitura di autobotti spesso insufficienti a soddisfare i reali bisogni, soprattutto in un momento in cui il “clima arroventato” dell’attuale stagione è divenuto un acerrimo nemico dell’uomo!

Di certo, quella che non vorrei è la Sicilia quasi “da terzo mondo” che può essere superata solo mettendo al primo posto una politica degli investimenti (regionali, statali e comunitari) che, nel concreto, si concentri sulla grande emergenza dell’acqua pubblica, alla cui soluzione occorre indirizzare un vero “Piano per l’emergenza idrica in Sicilia”, in cui siano coinvolti in prima linea anche gli Enti Locali.

La Sicilia che vorrei, pertanto, è quella di una “nuova” Regione che, a fronte delle casse divenute oggi “strapiene” per effetto dei rilevanti “avanzi di amministrazione” di oltre cinque miliardi di euro, possa destinare una buona parte di tali risorse in investimenti di opere pubbliche.

E quale investimento più urgente può esserci in questa nostra Sicilia di quello che garantisca al cittadino-utente il diritto di potere vedere scorrere quotidianamente dal proprio rubinetto di casa il bene prezioso dell’acqua?

Il diritto-dovere delle Istituzioni di dare risposte ai bisogni primari della popolazione deve fare sì che la politica regionale cambi il proprio atteggiamento istituzionale, per realizzare una Sicilia in cui coloro che si candidano ad amministrare le nostre comunità locali abbiano la certezza di avere strumenti efficaci per operare quella “politica di servizio” alle proprie comunità che la L.R. n.1/1979 sul “decentramento amministrativo” disegnò nella nostra Regione.

Leggi anche

La Sicilia che vorrei: cosa è necessario per un nuovo Rinascimento

La Sicilia che (non) vorrei: scorciatoie e parole non bastano più

La Sicilia che (non) vorrei: sanità, giovani e diritti in cerca di risposte

Per concludere, la Sicilia che vorrei e che tutti noi dovremmo volere è quella “delle carte in regola” in cui venga data concreta risoluzione ad ogni urgente esigenza dei cittadini.

Matteo Cocchiara, presidente dell’A.S.A.E.L. (Associazione Siciliana Amministratori Enti Locali)

Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI