Lagalla, Miceli e le 'sorprese' nel voto già stanco di Palermo

Lagalla, Miceli e le ‘sorprese’ nel voto già stanco di Palermo

Fabrizio Ferrandelli, Rita Barbera, Francesca Donato, Ciro Lomonte, Roberto Lagalla, Franco Miceli
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Commenti

    Ringraziamo lagalla per averci fatto tornare agli onori della cronaca nazionale ed internazionale dove si è ripreso a parlare di Palermo “mafiosa”. Ringraziamo lagalla per avere, grazie alle distrazioni dovute alle sue alleanze, impedito un reale confronto sui programmi dei candidati sindaci. Ringraziamo lagalla per essere andato in soccorso alle legittime offerte avanzate da imbarazzanti personaggi che hanno tutto l’interesse a tornare a galla. Ringraziamo lagalla che ha promesso che vigilerà sull’azione amministrativa lasciando così intendere di essere in grado (?) di fare a meno di assessori nominati dai partiti e di consiglieri comunali che contribuiranno “gratis” alla sua elezione ed a presidenti di municipalizzate (già tutti individuati in pectore) i quali non renderanno il conto a chi li nominerà. Ringrazieremmo veramente lagalla se avesse la dignità di ritirarsi da questa competizione elettorale.

    Concordo assolutamente tutti mediocri poco meno o poco più che si allineano al nulla ed al grigiore nazionale e mondiale . Scenario dove sono scomparsi gli uomini di estro , di cultura e diciamolo di onestà morale coadiuvati da reali capacità d’incidere. Unica speranza concreta la partita del Palermo……

    Apprezzo l’equilibrio del Dott. Puglisi. Personalmente, ma ognuno ovviamente ha il suo punto di vista, nei membri della possibile giunta Miceli ho visto una cosa (quasi) mai vista prima: scegliere le persone in base alle competenze. Competenze: una cosa di cui Palermo ha disperato bisogno.
    Vinca il migliore.

    Palermo è una città che non ritiene importante la sua storia, neanche quella recente dell’ultimo trentennio. Eppure la carneficina avviata dai peggiori spiriti bestiali di mafia con il sacco di Palermo è proseguuita con le stragi dei suoi più valenti magistrati, questori, ufficiali, militari di tutte le forze armate, sindaci, commercianti e cittadini innocenti barbaramente assassinati e massacrati dalla mafia. Oggi, purtroppo, c’è ancora una Palermo che preferisce guardare da un’altra parte: verso il diritto declassato a concessione dei poteri criminali, sopravvive un cinismo che rovina i ricordi, nega la memoria, è senza pietà per i morti nelle strade della violenza e del crimine. Requiem all’anima dei più vulnerabili, emarginati, immigrati di quanti scivolano ogni giorno nell’abisso della povertà. Non basta il solo linguaggio appassionato e competente del candidato sindaco Miceli a rifondare Palermo. E’ nostro dovere civico ricordare a tutti che domenica tocca a noi scegliere la qualità dei nuovi amministratori.

Gli ultimi commenti su LiveSicilia

Cosa vorrei per la mia Sicilia Alla fine di questa inchiesta, dopo avere letto tante voci diverse e riflettuto sui problemi, sulle proposte e sulle speranze che sono emerse, vorrei provare a dire, semplicemente, cosa vorrei per la mia Sicilia. Vorrei, prima di tutto, che i problemi della Sicilia smettessero di essere considerati un destino. Acqua, sanità, trasporti, infrastrutture, energia, ambiente, lavoro, formazione, ricerca, giovani che partono: ormai li conosciamo. L’indagine ha avuto il grande merito di farli emergere con chiarezza attraverso voci politiche, sociali e civili molto diverse. Poche le donne! Vorrei allora qualcosa di semplice: che si cominciasse dai bisogni reali e si costruisse intorno a essi una programmazione condivisa, trasparente e misurabile. Vorrei una politica capace di indicare pochi obiettivi concreti, dichiarare tempi e risorse, misurare i risultati e comunicarli continuamente ai cittadini. Non cinque anni di potere, ma cinque anni effettivi di lavoro per governare. Senza semestri o anni bianchi dedicati alla propria rielezione. Le buone politiche devono durare più delle persone che le hanno realizzate. Vorrei che destra e sinistra continuassero naturalmente a confrontarsi sulle soluzioni, ma che alcuni grandi problemi della Sicilia diventassero patrimonio comune e non ricominciassero da zero a ogni cambio di maggioranza. Vorrei che il voto non fosse il momento in cui il cittadino consegna il proprio potere per riaverlo cinque anni dopo. La partecipazione dovrebbe cominciare nell’urna, non finire lì. Obiettivi, avanzamento e risultati devono restare visibili e verificabili durante tutto il mandato. E, soprattutto, vorrei affrontare seriamente l’emorragia dei giovani. Non basta chiedere loro di restare: bisogna costruire le condizioni perché possano farlo. I bisogni della Sicilia sono ormai chiari: infrastrutture e trasporti, gestione dell’acqua e dell’energia, salute e assistenza, ambiente e rifiuti, digitale, ricerca, innovazione, servizi alle imprese. Da questi bisogni dovrebbero nascere il lavoro necessario e una formazione coerente con ciò che la Sicilia vuole diventare. Vorrei che Governo regionale, università, enti formativi e imprese lavorassero molto più strettamente insieme. La formazione deve restare libera e di qualità, ma deve conoscere i fabbisogni professionali del territorio. E imprese ed enti formativi dovrebbero essere incentivati e valutati anche sulla capacità di trasformare competenze in lavoro qualificato in Sicilia. Perché quando un giovane parte non perdiamo soltanto un lavoratore: perdiamo competenze, energie, famiglie future e nascite, accelerando l’invecchiamento della popolazione. E dopo avere sostenuto i costi della sua formazione, permettiamo ad altre regioni o ad altre nazioni di utilizzare quelle competenze. Vorrei poi una Sicilia nella quale Falcone e Borsellino non vengano continuamente trascinati nelle convenienze del presente, ma restino ciò che già sono: un sentimento vivo e comune, capace di ricordarci che questa terra possiede una straordinaria riserva di dignità civile. E vorrei un miracolo: la morte della corruzione. Vorrei che nella Sicilia dei nostri figli non ci fosse più bisogno di conoscere qualcuno, chiedere un favore o accettare un compromesso per ottenere ciò che spetta per diritto, per merito o per capacità. Vorrei che la rabbia non diventasse odio, disprezzo e rinuncia, ma partecipazione e proposta. Vorrei che le tante solitudini individuali si trasformassero in problemi condivisi e poi in azione collettiva. Perché una società coesa non si riconosce soltanto nella solidarietà: si riconosce quando chiede insieme che l’acqua funzioni, che la sanità curi, che le strade colleghino, che i giovani possano lavorare. Vorrei lasciare ai nostri figli soprattutto lavoro vero e dignitoso, perché il lavoro è l’arma più forte contro la mafia: rende le persone libere, riduce il bisogno e sottrae spazio al ricatto e alla dipendenza. E vorrei lasciare loro una Sicilia più verde. Gli alberi, il verde, la terra e l’acqua non sono soltanto risorse da amministrare: sono un patrimonio da custodire e curare con amore, perché appartengono anche a chi verrà dopo di noi. Vorrei infine che la politica ricordasse una cosa molto semplice: governare significa servire. Chi riceve il potere dovrebbe usarlo per costruire un sistema migliore e duraturo, non per consolidare la propria posizione. Forse è questo, alla fine, ciò che vorrei per la mia Sicilia: problemi meglio individuati, non promesse più grandi; sistemi capaci di funzionare, non uomini indispensabili; responsabilità condivise, non appartenenze contrapposte; risultati costruiti, misurati e lasciati in eredità a chi verrà dopo, non speranza affidata al caso. Perché amare davvero la Sicilia significa volerla consegnare ai nostri figli più libera, più giusta, più verde, più efficiente e con molte più ragioni per restare. Una Madre Siciliana

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