CATANIA – Il sangue per mandare un messaggio di paura agli agenti di polizia penitenziaria di Piazza Lanza. Un attacco alla divisa che Luigi Bodenza indossava con orgoglio e sacrificio. Quella maledetta notte del 25 marzo 1994 Luigi stava rientrando dopo il turno in carcere. In via Due Obelischi, a una manciata di metri dalla sua casa, il gruppo di fuoco lo ha affiancato e ha scaricato una raffica di proiettili. Avrebbe compiuto 50 anni a settembre Luigi. Bodenza è un martire dello Stato, ucciso senza una giustificazione valida. Per la follia omicida di Giuseppe Maria Di Giacomo, all’epoca giovane boss della cosca Laudani e oggi un pentito. Tra i clan più sanguinari di Catania.
Sono serviti diversi anni per scoprire mandanti e killer. La parola giustizia sulla lapide di Luigi è stata scritta solo nel 2008, appena dieci anni fa. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato l’ergastolo per Giuseppe Maria Di Giacomo, che un anno dopo è diventato collaboratore, Vittorio La Rocca e Giuseppe Ferlito. L’indagine ha avuto una svolta quando Alfio Lucio Giuffrida ha iniziato a vuotare il sacco ai magistrati. Ha raccontato ogni dettaglio di quel folle piano di sangue che ha coordinato. Alle sue rivelazioni si sono aggiunte poi quelle di Salvatore Troina, che hanno blindato la ricostruzione degli inquirenti. Una verità processuale quella sulla morte di Bodenza che è arrivata con tanti inghippi nelle aule di giustizia. A meno di dieci anni dall’epilogo giudiziario, arriva un’epistola dalla cella di Spoleto che riapre ferite e rievoca la morte di un servitore dello stato. L’esercizio della memoria è una delle armi più forti che possediamo per sconfiggere la mafia.

