L’ultima volta che giocammo insieme, tenevi un pallone sotto il braccio. Da questo semplice fatto avrei dovuto capire che era l’ultima volta. Perché di pallone nulla intendevi. Eri un professore di italiano e latino. Davi del tu a Leopardi, discorrevi con Cicerone – entrambi geni della lampada racchiusi in due libri, uno giallo, uno nero sullo specchio della tua scrivania.
Strofinavi le copertine per richiamarli in vita, come per un incantesimo. E, quando giocavi con me, non abbandonavi mai un fine intendimento pedagogico. Li rammento bene i soldatini schierati in falange sul tappeto scuro del salotto. Tu comandavi i troiani – veneravi Ettore che morì, combattendo da uomo, contro un semidio – io gli achei. Avevamo ognuno in dotazione una pistola a freccette per fare strame nel campo di battaglia dell’altro. Né ci faceva impressione la moria di facce ignote e di cavalli. Il sangue di plastica non annotava dolore.
L’ultima volta che giocammo insieme, invece, avevi un pallone, come per regalarmi il miracolo di un istante condiviso più di altri: più delle passeggiate accanto, sfiorando il mare di Mondello, con lancio finale di sassi bianchi in acqua, più di certe notti stellate, trascorse in terrazza, a contare i lumini cadenti ad Acitrezza e i faraglioni a sospirare laggiù, in lontananza.
Respiravi male, mentre ci scambiavamo colpi tra attacco e difesa, nell’esiguo campetto del corridoio di casa. E mi pareva incredibile: non ti importava niente dei soprammobili a rischio, per i rimbalzi del Super Santos, né della polvere sollevata, né dei segni sul muro, tra manate e pedate. Da professore e uomo d’ordine ti eri trasformato nel ragazzo che non avevo mai conosciuto e che non avrei rivisto.
Era proprio un altro mondo. Certi telefoni grigi con la ruota che componeva il numero, sicché raggiungere il ‘nove’ era un prodigio a fior di dita che narriamo agli increduli con lancinante malinconia. Certi gettoni e certe cabine, regno di ombre e di rimpianti, in certe sere di conversazioni innamorate. Certi palloni volanti a rombi bianchi e neri. Certi capelli e certe pettinature da chierichetto, con la scriminatura; i vestiti impregnati di talco in vista di una prima comunione dai cugini. Certe onde del mare e certi sassi scagliati che non tornarono. Certi piatti di spaghetti al pomodoro, cucinati con un ingrediente segreto di ricongiungimento familiare. In tv davano Rintintin.
E non esistevano i cellulari, ma serate trascorse a volersi rabbiosamente parlare intorno a una tavola. Non c’era facebook, ma c’erano tonnellate di sguardi, uno dopo l’altro. Essere uomini – nello stesso tempo, sullo stesso pianeta – significava allungare una mano per potersi toccare.
L’ultima volta che giocammo insieme tu finisti la partita col fiato grosso. Eri pallido, ma sembravi felice come non mai, come uno che ha appena recuperato una gemma d’adolescenza da un pozzo profondo di memorie. Io avevo sedici anni, un album di figurine Panini da riempire, il libro proibito di Baudelaire nascosto nello zaino, un cuore a forma di Super Santos che ancora non conosceva, tra calci e rimbalzi, il finale di partita già scritto. Era l’ultima volta: un presagio di lumini cadenti. Non avremmo mai più giocato insieme, non ci saremmo mai più incontrati. Come figlio e padre.

