PALERMO – Commerciante di olive e autista di Matteo Messina Denaro a sua insaputa. Con il latitante si è abbracciato e baciato al momento dell’arresto. Giovanni Luppino prova a scaricarsi di dosso la responsabilità di avere accompagnato il padrino alla clinica La Maddalena, sostenendo che non avesse idea del calibro criminale del personaggio che gli sedeva accanto nella Fiat Bravo.
Lo conosceva appena e per lui era semplicemente «il signor Francesco». Altro che l’imprendibile padrino, perché «solo un pazzo avrebbe potuto accompagnarlo sapendo che si trattava del boss. L’ho scoperto lunedì». Così ha cercato di difendersi Giovanni Luppino nel corso dell’interrogatorio di garanzia.
Non è andata come sperava. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Palermo ha convalidato l’arresto dell’uomo che lunedì scorso ha accompagnato il latitante in macchina da Campobello di Mazara alla clinica La Maddalena di Palermo. La sua difesa non reggerebbe per due ragioni.
L’abbraccio con il latitante
La prima: Luppino e Messina Denaro si sono abbracciati al momento dell’arresto, subito dopo essere stati bloccati nella macchina parcheggiata nella stradina accanto alla clinica. Un gesto di affetto marcato e di solidarietà per la comune sorte che due persone che si conoscono appena non sono soliti scambiarsi.
Vicino di casa del latitante
La seconda: il nuovo covo scoperto ieri in via San Giovanni a Campobello di Mazara e la casa di Luppino sono separati da un solo numero civico. Un indirizzo che Messina Denaro conosceva bene. La conferma è arrivata dallo stesso Luppino che ieri ha risposto per un’ora e mezza alle domande del gip Fabio Pilato, alla presenza del pubblico ministero Pierangelo Padova della Direzione distrettuale antimafia e del legale dell’indagato, l’avvocato Giuseppe Ferro.
Ha spiegato come si sarebbero conosciuti. Messina Denaro gli è stato presentato da Andrea Bonafede, e cioè l’uomo che ha fornito la propria identità al latitante. «Mi disse che era suo cognato, me lo presentò come signor Francesco», ha detto. Non c’era motivo di sorprendersi, né di fare domande perché «con Bonafede ho una conoscenza occasionale, fa l’idraulico e l’ho chiamato per qualche lavoretti».
“È venuto di mattina per un passaggio”
Lunedì scorso, ha aggiunto l’indagato, «verso le sei meno un quarto il signor Francesco è venuto a casa mia ha bussato e mi ha detto che stava male e doveva andare a Palermo per la chemioterapia. Non ce la faceva più e mi ha chiesto un passaggio. Gli ho detto di aspettare un attimo, il tempo di vestirmi e siamo partiti».
Né il pm, né il gip credono alla sua versione, che nella richiesta di convalida viene bollata come inverosimile: «Nessun elemento può allo stato consentire di ritenere che una figura che è letteralmente riuscita a trascorrere indisturbata circa 30 anni di latitanza, si sia attorniata di figure inconsapevoli dei compiti svolti e dei connessi rischi».
Al contrario la lunga fuga dimostrerebbe «che proprio l’estrema fiducia e il legame saldato con le figure dei suoi stessi fiancheggiatori abbia in qualche modo contribuito alla procrastinazione del tempo della sua cattura che, altrimenti, sarebbe potuta effettivamente intervenire anche in tempi più risalenti». Insomma non si affida il compito di autista ad una persona senza che vi si riponga la massima fiducia.

