Appalti e pizzo: 5 arresti nel Palermitano| "Quei rapporti tra mafia e politica"

Appalti e pizzo: 5 arresti nel Palermitano| “Quei rapporti tra mafia e politica”

Un frammento di immagine del video

Tra Corleone e Palazzo Adriano diversi imprenditori si sono piegati al volere di Cosa nostra. I costruttori hanno pagato il tre per cento sui cantieri pubblici e nessuno ha denunciato. Al vertice ci sarebbe un insospettabile impiegato comunale. Spuntano i contatti con la politica. Nino Dina: "Travisate la parole del pm".  (di Riccardo Lo Verso) ASCOLTA LE INTERCETTAZIONI.

BLITZ DEI CARABINIERI
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PALERMO – Nuova mafia, vecchi cliché: appalti, pizzo e campagne elettorali. Tra Corleone e Palazzo Adriano diversi imprenditori si sono piegati al volere di Cosa nostra.  E il clan avrebbe speso il suo impegno alle elezioni amministrative e regionali.

I carabinieri della Compagnia del paese che ha dato i natali a storici padrini hanno arrestato cinque persone. Fra di loro uno che la vecchia mafia l’ha vista in faccia. Antonino Di Marco, 58 anni, custode del campo sportivo comunale, era molto vicino alla manovalanza che eseguiva piccoli ordini fiduciari e ora avrebbe preso il bastone del comando. Suo fratello Vincenzo era stato l’autista di Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. Assieme a lui sono arrestati Paolo Marasacchia, Nicola Parrino, Pasqualino e Franco D’Ugo. Di Marco era uno all’antica. Dai suoi uomini avrebbe preteso “educazione e serietà”. E poi ci voleva rispetto per la famiglia e capacità di mimetizzarsi fra la gente comune. Nessuno avrebbe dovuto sospettare di loro.

L’indagine coordinata dal gruppo di Monreale e dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo (procuratore aggiunto Agueci, pm Demontis e Malagoli) ha scattato la fotografia aggiornata della mafia in una fetta della provincia palermitana, assegnando a ciascuno degli arrestati il proprio compito. Non ci sono stati pentiti o denunce. I carabinieri hanno lavorato seguendo profili investigativi tanto antichi quanto efficaci, segnati da ore e ore di pedinamenti e osservazioni. Sarebbe stato così ricostruito l’assetto della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano e il suo posizionamento all’interno del mandamento mafioso di Corleone che fu feudo di Riina, Provenzano e Bagarella. Nel corso dei pedinamenti sono venuti fuori gli interessi dei presunti mafiosi per la politica. Il clan legato a Di Marco si sarebbe attivato per le campagne elettorali che hanno portato all’elezione del sindaco di Palazzo Adriano, Carmelo Cuccia, e al deputato regionale Nino Dina, dell’Udc. Si parla anche di visite nella segreteria politica.

L’imposizione del pizzo è rimasta la principale fonte di sostentamento del clan e il mezzo attraverso cui si reggeva il controllo del territorio. I soldi incassati finivano nella cassa comune tra Palazzo Adriano e Corleone. Quindi l’uomo indicato al vertice della famiglia, Pietro Paolo Masaracchia, li utilizzata per finanziare nuove azioni criminali e per pagare le spese degli affiliati. Poco meno di dieci imprenditori edili sono finiti sotto il giogo dei boss che hanno messo le mani sui cantieri e gli appalti pubblici. In particolare, sulla costruzione e il rifacimento di alcune strade della provincia.

Oltre al 3% sull’importo complessivo del lavoro da eseguire, si conferma l’esistenza di una forma di pizzo ormai dilagante: i boss impongono l’assunzione di manodopera e l’acquisto di materie prime presso imprenditori da loro indicati. E così hanno mantenuto il controllo sociale. Per convincere le vittime a pagare hanno messo in campo la strategia di sempre: prima il messaggio bottiglia incendiaria, poi i furti e i danneggiamenti. Vittime che, come spiega il tenente colonnello Pierluigi Solazzo, comandante del Gruppo Monreale, “non hanno collaborato, speriamo che lo facciano ora per ricostruire interamente la vicenda”. A cominciare dalle possibili connivenza dei funzionari pubblici.

Le accuse dei pm

Agenzia Ansa delle 11.28: “Risulta dalle indagini che Cosa nostra ha indirizzato i suoi consensi verso Nino Dina, poi eletto all’Ars con moltissime preferenze proprio nella zona di competenza del clan”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo Leonardo Agueci intervenuto alla conferenza stampa che ha illustrato l’indagine dei carabinieri che ha portato al fermo di 5 mafiosi del corleonese. Ai giornalisti che gli hanno chiesto se il parlamentare regionale dell’Udc sia indagato per voto di scambio, il magistrato ha risposto: “si tratta di fatti precedenti alla nuova formulazione del reato di voto di scambio. La vecchia norma prevedeva la contropartita economica che a noi, in questo caso, non risulta. Potendo ampliare la fattispecie, che ora parla genericamente di ‘altre utilità’ in cambio dei voti, probabilmente avremmo fatto valutazioni diverse”. Agueci ha anche detto che “non c’è la prova che Cosa nostra abbia ricavato dei vantaggi in cambio del certo sostegno elettorale a Dina”.

I nomi degli arrestati

Gli arrestati nell’operazione della dda palermitana ”grande passo” contro la mafia corleonese sono Antonino Di Marco, nato a Corleone (Pa), 58 anni, dipendente comunale; Pietro Paolo Masaracchia, 64 anni, nato a Palazzo Adriano, impiegato forestale, Nicola Parrino, 61 anni, nato a Palazzo Adriano, imprenditore edile, Franco D’Ugo, 48 anni nato a Palazzo Adriano, operaio, Pasqualino D’Ugo, 52 anni nato a Palazzo Adriano, operaio.

 La replica di Dina

“Leggo con apprensione e disgusto le notizie che vengono riportate dagli organi di stampa sull’operazione antimafia denominata “Grande Passo” perché mi sento coinvolto mio malgrado in circostanze e/o fatti destituiti da ogni fondamento. Per di più leggo con maggiore amarezza che vengono travisate e modificate da parte delle agenzie di stampa Ansa e Adnkronos e conseguenzialmente da siti come Livesicilia e Giornale di Sicilia le parole e le dichiarazioni rese dal procuratore della Repubblica Leonardo Agueci che a chiare lettere riferisce di “voti in gran mole andati ad un politico eletto nelle territorio di Palazzo Adriano” che certamente non sono io che ho ottenuto solo 52 voti. È chiaro, quindi, che siamo di fronte a gravissimi travisamenti e distorsioni della verità. Del resto, a riprova, l’agenzia Agi riferisce correttamente le parole del procuratore Agueci. Mi spiace, inoltre, che in una indagine di mafia così delicata persino le parole del procuratore di Palermo vengano travisate magari perché far pensare che il politico invischiato sia Nino Dina, parlamentare regionale e presidente della commissione Bilancio, abbia maggiore risalto rispetto ad un nome minore di un politico locale, così come peraltro indica lo stesso Agueci. Per tutti gi altri aspetti, ed anche per la presenza nella mia segreteria politica di uno degli odierni arrestati potrò riferire subito anche ai magistrati anticipando che tale soggetto non è mai stato un mio referente politico e che darò anche evidenza dei motivi della sua presenza, fornendo dettagli appena concluderò le verifiche che ho avviato in segreteria. Infine, a scanso di ulteriori equivoci, voglio chiarire che anche a Corleone, paese di 12 mila abitanti, ho preso un numero di voti modesto (130 voti) e che sia in questo citato comune che a Palazzo Adriano i miei referenti politici sono semmai consiglieri e assessori comunali titolari del risultato raggiunto. Per le informazioni fasulle circa le dichiarazioni di Agueci riportate da Ansa, Adnkronos ed anche Livesicilia e Gds, così come per quanti tra organi di informazione propalassero tali assurdità, adirò le vie legali”. Lo afferma Nino Dina, parlamentare regionale e presidente della Commissione Bilancio dell’Ars.


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