PALERMO – Le regole sono quelle di sempre. Cosa Nostra vi è rimasta fedele perché sono un’ancora di salvezza e sopravvivenza. Emerge con chiarezza anche dalle indagini che hanno portato all’ultima retata nei mandamenti Tommaso Natale, Porta Nuova, Santa Maria di Gesù e Bagheria.
Come il sacramento dei matrimonio
Granitico resta il principio dell’indissolubilità del vincolo associativo. Francesco Pedalino, che sta scontando 30 anni di carcere per l’omicidio di Miro Sciacchitano, lo ha paragonato al sacramento del matrimonio: “Cosa Nostra… a verità domani esco… haiu a forza e continuo… fino a quando … tà maritasti sta mugghieri e tà puorti finu a vita”.
Gioacchino Badagliacca di Mezzomonreale, anche lui detenuto, non ne faceva una questione di soldi: “Non ho mai creduto io nella Cosa Nostra ai fini di scopo di lucro… per nobili principi per me questo è quello che è Cosa Nostra… ci ho sempre creduto dal profondo del mio cuore e mi sono fatto dieci anni di carcere.
“I nostri ideali…”
Secondo il fratello Pietro Badagliacca, pure lui tornato in carcere nel 2023, Cosa Nostra “è superiore della famiglia privata”. Non solo i vecchi padrini, anche i giovani boss la pensano alla tessa maniera. Giancarlo Romano, mafioso emergente di Brancaccio, prima di essere ammazzato diceva: “Abbiamo degli ideali nostri dentro che non li facciamo morire mai perché ci muremu, perché in futuro noialtri preghiamo il Signore che certe cose non finiranno mai perché sappiamo noialtri i nostri ideali, sappiamo perché siamo noi contro lo Stato, perché siamo contro la polizia”.
Cosa Nostra si basa sempre su una struttura verticistica. Così ad esempio Francesco Stagno di San Lorenzo spiegava ad un indagato che sperava di acquisire un nuovo ruolo che solo il reggente del mandamento avrebbe potuto affidarglielo: “Solo lui lo può mettere… io sono dopo di lui… gli posso dire a lui ‘questo lo fai o non lo fai’… capito?… io sono il collante tra Mario e quello”.
“Lui è ignorante”
L’autorevole e anziano uomo d’onore di Partanna Mondello, Giovanni Salvatore Cusimano, parlando con Domenico Serio, fratello di Nunzio, uomo forte del mandamento, spiegava che la reggenza non è altro che un incarico temporaneo. Chi esce dal carcere si riprende il bastone del comando.
“Con la messa in mezzo lui è convinto che questo posto non glielo può levare nessuno fino a che muore – spiegava Cusimano – lui è ignorante, non le capisce certe cose… se sale qualcuno e gli dice statti a casa… non uscire più di casa, perché lo hanno fatto uomo d’onore nella… nella saletta… là… e gli hanno detto che lui… vedeva che stava uscendo… quando esci ti occupi… ti occupi di…”.
Anche i preparativi per l’affiliazione di Salvatore Scaduto che avrebbe visto impegnati i due storici esponenti di Bagheria, Gino Mineo e Giuseppe Di Fiore, era l’occasione per ribadire le norme basilari di Cosa Nostra, in questo caso quelle poste a tutela della sua stessa integrità.
Era circolata la voce che il padre del ragazzo era stato scarcerato grazie ad una sorta di collaborazione (“la stessa parola collaborazione uno di noi altri… non è pesante?”). Andava verificata perché altrimenti sul figlio si doveva fare un passo indietro (“ci sono regole nella Cosa Nostra che vanno rispettate… oggi domani uno di fuori che sa sta cosa”.

