Palermo, cartoline conttro i boss nella "Svizzera di Cosa Nostra"

Cartoline anti racket e scarcerati nella “Svizzera di Cosa Nostra”

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Cosa c'è dietro l'affissione per le strade del mandamento mafioso

PALERMO – Come in altri mandamenti mafiosi anche a Uditore-Passo di Rigano ci sono boss scarcerati di peso a cui potenzialmente potrebbero essere state indirizzate le cartoline antiracket. Gli adesivi affissi in giro per le strade hanno come destinatari proprio loro, i mafiosi tornati in circolazione: “Ai boss condannati per mafia e scarcerati: bentornati, ci auguriamo che il carcere vi abbia rieducati. Tuttavia se proverete a chiedere il pizzo noi vi denunceremo e voi tornerete in carcere”.

Sembra più una provocazione, un invito a non piegarsi, e non la reazione ad un pericolo già manifestatosi con una richiesta estorsiva. Non è ancora chiaro chi sia l’autore dell’affissione. Diversi indizi portano ad un’associazione che da tempo lavora ad una campagna di sensibilizzazione sui temi della legalità e del senso civico. Certamente non si tratta di associazioni come Addiopizzo che di campagne antiracket porta a porta ne ha fatte parecchie.

La risposta si avrà nelle prossime ore, magari con la più classifica rivendicazione delle buone intenzioni. I telefoni del leader squilla stranamente a vuoto. Coincidenza? Gli investigatori sono alla ricerca di conferme sulla paternità del gesto, solo ed esclusivamente per sgombrare il campo dal sospetto che anche all’Uditore si siano verificati episodi sottotraccia come quelli registrato nel mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo.

Qui gli uomini del pizzo hanno deciso di uscire allo scoperto e in maniera eclatante con sventagliate di kalashnikov, bottiglie di benzina e incendi. Tra l’altro gli adesivi, che ricordano le vecchie cartoline postali, non chiamano in causa solo gli scarcerati di Uditore ma anche quelli di San Lorenzo.

Fra i nomi che contano a piede libero c’è certamente Giuseppe Sansone, in precarie condizioni di salute, della potente famiglia alleata con i corleonesi di Riina. Libero da luglio dell’anno scorso è pure Giovanni Sirchia, che facilitò l’organizzazione della prima riunione della cupola del dopo Riina. Si occupò della logistica e della scelta di una palazzina a Baida dove arrivarono Settimo Mineo di Pagliarelli, Leandro Greco di Ciaculli, Gregorio Di Giovanni di Porta Nuova e Calogero Lo Piccolo di San Lorenzo.

Così come in libertà è tornato qualche comprimario arrestato nel 2019 nel blitz che consegnò alla cronaca il ritorno al potere degli scappati, su tutti Tommaso e Franco Inzerillo. Sono in carcere e ci resteranno per tanti altri anni. Stessa sorte è toccata ad altri anziani boss. Franco Bonura, Girolamo e Giovanni Buscemi, sono stati arrestati e condannati a pene pesanti lo scorso aprile.

Sono nomi di mafiosi da sempre votati agli affari, soprattutto nel settore dell’edilizia. Si infiltravano con proprie ditte anche nella più piccola delle ristrutturazioni. Hanno mostrano una certa ritrosia all’imposizione di massa del pizzo. Una scelta che è valsa al mandamento, come hanno svelato alcuni pentiti, l’appellativo di “Svizzera di Cosa Nostra”. Nel senso di un’autonomia decisionale, nelle piccole e nelle grandi questioni.

Filippo Bisconti, un tempo capomafia di Belmonte Mezzagno, ha spiegato il senso dell’affermazione: “… praticamente se ne fregavano di fare riferimento a qualcuno, che loro praticamente non intendevano incontrare nessuno, quando avevano bisogno di qualche cosa se la risolvevano loro stessi, non andavano a cercare nessuno”. Specificò meglio il senso delle sue parole: “Per Svizzera s’intendeva che non volessero fare riferimento a chicchessia, proprio questo specifico argomento era il senso di questa Svizzera, tra virgolette”.

Gli Inzerillo, invece, hanno mostrato maggiore interesse per il racket delle estorsioni. L’affissione, dunque, sembra un campanello per le coscienze più che la riposta a una richiesta di messa a posto. Non ci sono indizi in tal senso, la mafia a Uditore-Passo di Rigano vive di affari e connivenze più che di pizzo.


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