CATANIA – È tutto connesso alle corse clandestine di cavalli. Purosangue avanti nell’età lanciati sulle strade e i tornanti della provincia di Catania. Aggrovigliati a un calesse con immancabili fantini che fanno a gara non solo per una questione di scommesse e soldi. Ma anche, e sopratutto, come dimostrazione di forza del clan.
Le corse clandestine
Una ostentazione da marchese del grillo accompagnata (in alcuni casi) anche da immancabili colpi di pistola esplosi per aria che la dice lunga sugli scenari che animano i clan della mafia catanese. Lungo il tragitto anche fiancheggiatori che indossano caschi o passamontagna per farsi riconoscere. Salvo, poi, pubblicare tutto sui social.
Il rapporto della Commissione
E la recentissima visita alle falde dell’Etna della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle Ecomafie è stato un fatto tutt’altro che simbolico. In dote ha portato un faldone da 88 pagine nel quale sono ripercorse parecchie delle tappe che hanno visto Catania al centro delle corse clandestine di cavalli. Non è, infatti, un caso che ben cinque delle audizioni tenute dalla Commissione abbiano riguardato il capoluogo etneo.
Il perché è presto detto. “Attraverso il coinvolgimento di centinaia di persone i clan svolgono anche una mansione di controllo sociale. Una sorta di illegalità sfrontata che segna la supremazia territoriale”, hanno evidenziato senza mezzi termini dalla Commissione. Non solo una questione di soldi. Di migliaia di euro, per l’appunto.
Stalle e simboli a San Cristoforo
Le stalle di San Cristoforo diventano, allora, il fulcro di una cultura mafiosa che passa anche per il non rispetto degli animali: in questo caso i cavalli. Atterriti, dopati con potenti farmaci e trattati con violenza. Che il più delle volte finiscono nell’altro circuito illecito della macellazione clandestina. Mattatoi illegali che meritano un capitolo a parte.
Un fenomeno criminale e mafioso che vive dei propri simboli e delle proprie bandiere. E non solo in senso figurativo. Come, a proposito delle stalle dell’illegalità, dove ad essere issati a vessillo c’erano i colori americani dei Cappello-Bonaccorsi o quelli brasiliani dei Santapaola. Altre strutture abusive sono state scoperte in fabbricati rurali illegali nei comuni di Santa Maria di Licodia, Paternò e Biancavilla, e persino in uno stabile abbandonato a Mojo Alcantara nel Messinese.
Sembra quasi un gioco ma non lo è affatto. In un contesto non certo solo catanese o siciliano. Ma che dalle nostre parti affonda inquietanti collegamenti tra scommesse, farmaci, macellazione e ovviamente criminalità organizzata.

